L’infinita scienza di Leopardi

“Ci sono due tipologie di uomini. Chi pensa con le formule e chi pensa con le metafore. Coloro che pensano con entrambe sono pochi, ma sono quelli che hanno cambiato il mondo”

Non è un fatto comune che  studiosi di diversa formazione, scientifica e filosofica, si mettano insieme per entrare nel mondo di Giacomo Leopardi e farne venire fuori una dimensione in genere ritenuta marginale pur dall’abbondante letteratura critica, e cioè il costante interesse   dai primi anni alla maturità per la scienza della sua epoca ed in particolar modo per l’astronomia e la cosmologia, la chimica e la complessa problematica dell’infinito. Si segnala in tal senso un volume, scritto a quattro mani dal fisico teorico Giuseppe Mussardo e da uno dei maggiori esperti del poeta di Recanati, Gaspare Polizzi. Si tratta de L’infinita scienza di Leopardi (Trieste, Scienza Express edizioni, 2019) con la postfazione di Andrea Gambassi che dirige presso la SISSA di Trieste il Laboratorio Interdisciplinare per le Scienze Naturali e Umanistiche. Questo  lavoro singolare e nello stesso tempo ricco di diverse  piste interpretative ci conduce per mano nello sforzo di Leopardi di capire la natura e le sue rugosità attraverso il fascino esercitato su di lui da parte di figure come Copernico, Galileo, Newton, Keplero, come dalle ricerche sulla materia di Lavoisier, tutti scienziati che hanno capovolto l’immagine tradizionale del mondo; le tre parti del volume ‘Leopardi e il cielo’, ‘Leopardi e la materia’  e ‘Leopardi e l’infinito’ sono un viaggio non comune tra scienza e poesia, tra scienza e filosofia e aiutano a capire meglio il senso di considerazioni presenti nello Zibaldone e nelle Operette morali nonché l’intensità dei versi dei Canti.

Uno dei primi risultati, che si possono ritenere strumenti sine qua non d’ora in poi per qualsiasi approccio al complesso mondo di Leopardi, è la presa d’atto della sua statura di fine interprete della modernità, di autentico filosofo nel senso più ampio del termine in quanto quelli che vengono considerati dai due studiosi ‘bracci’ o ‘binari’ che sorreggono il suo pensiero, cioè scienza e poesia, sono espressioni della ‘misura della nostra conoscenza del mondo’. Non a caso tale volume si caratterizza per il costante intreccio tra temi scientifici del passato e del presente che avrebbero certamente attirato l’attenzione critica di Leopardi, tra le scoperte più significative e le sue letture formative, tra i contesti storici e letterari;  alla luce di tale approccio e anche attraverso una rigorosa analisi filologica dei testi, ogni  parte del volume si segnala per l’attenzione rivolta al tipo di lettura che ad esempio Leopardi  ha fatto delle opere di Galileo e di altri scienziati del Seicento e del Settecento  nel tentativo di coglierne il significato più profondo per le sorti della conoscenza del reale e dell’umanità stessa. Non a caso si mette in evidenza l’attenzione costante per il metodo scientifico col parlare di ‘Laboratorio di casa Leopardi’, un casa in cui c’erano vari strumenti per eseguire esperienze, ad esempio sul vuoto, oltre a provette, solventi, magneti, bottiglia di Leiden, strumenti in uso nelle scienze sperimentali emergenti del primo Ottocento, dall’idrodinamica all’elettrologia.

Emerge inoltre in tutta la sua specificità il peso teoretico e potremmo dire lo spessore epistemologico di un’opera come la Storia della Astronomia finita nel 1813, in il giovane Leopardi sottolinea la necessità di un sistema teorico con dei fondamenti di natura matematica presente prima in Galileo e poi in Newton per spiegare la realtà naturale e umana e per conoscerla sempre più in profondità; nello stesso tempo prende coscienza quasi  come fine epistemologo contemporaneo ante litteram, come viene detto nel 1826 nello Zibaldone, che già la scienza moderna arriva a prendere atto di ‘sapere di non sapere’, di ‘conoscere sempre di più di non conoscere’. Così ‘lo sguardo di Giacomo’ sulle trasformazioni della materia e sui suoi infiniti cambiamenti, come emerge dallo Zibaldone, viene seguito nel mettere da parte l’alchimia, pur studiata come la magia nel Saggio sopra gli errori popolari degli antichi nel 1815; e la stessa storia della chimica fatta attraverso gli studi di Leopardi è ritenuta dagli autori importante per capire meglio le radici del suo pensiero filosofico e per ‘scoprirne la profonda comprensione del problema del linguaggio, in ambito sia scientifico che poetico’. E a tal fine viene analizzato il giovanile scritto Sopra i fluidi elastici, nel quale Leopardi si fa fine interprete della nomenclatura chimica di Lavoisier, ritenuta ‘figura chiave’ nel suo percorso come poi sarà meglio sottolineato nello Zibaldone, dove si metterà in evidenza il senso di rottura provocato dal linguaggio della nuova chimica anticipando in tal modo il dibattito che avverrà solo nel primo Novecento sulla natura del linguaggio scientifico.

Così le stesse profonde considerazioni sull’infinito vengono analizzate a partire dal giovanile scritto Dissertazioni filosofiche (1811-1812) per arrivare allo Zibaldone dove  si cerca di capirne il senso e la ‘consistenza’ sulla scia di Italo Calvino;  nelle sue Lezioni americane, egli  aveva ben evidenziato la natura speculativa e metafisica della riflessione di Leopardi con il substrato matematico che la sorregge nel  tentativo di capire il ‘rapporto tra l’idea d’infinito, come spazio assoluto e tempo assoluto, e la nostra cognizione empirica’ per poi confrontarlo ‘con l’indefinito e il vago fluttuare delle sensazioni’. Alla luce di tale approccio si capisce meglio l’intento dello Zibaldone dove i due studiosi notano delle linee interpretative complementari nella riflessione sull’infinito, quella filosofico-scientifica e quella morale-antropologica che portano ad una ‘progressiva  divaricazione e  contrapposizione tra la concezione dell’infinito e la visione dell’indefinito’ al punto che, a volte, la facoltà immaginativa porta a confonderli. Lo Zibaldone sembra così dar voce alle diverse inquietudini teoriche ed esistenziali degli scienziati moderni come Galileo e Pascal,  tenuti presenti da Leopardi e da scienziati successivi come George Cantor che immaginava  l’infinito come un ‘abisso’; nello stesso tempo emerge in tutta la sua tragicità l’esito del percorso leopardiano dove l’infinito si rivela una ‘illusione ottica’, base quindi dell’infelicità umana per ‘diventare, tuttavia, con L’infinito, poesia altissima, dolce e  straziante, immortale’.

Questo volume di Mussardo e Polizzi, infine, si segnala per il continuo confrontare le considerazioni di Leopardi e la sua ‘infinita scienza’ con le analisi di scienziati antichi, moderni e contemporanei, e con alcuni risultati raggiunti dalle scienze odierne come le neuroscienze, le scienze computazionali e le diverse teorie cosmologiche; e questo serve ancora di più ad eliminare i vecchi pregiudizi circa la contrapposizione tra scienza e poesia, scienza e filosofia  contrapposizione che ha dominato soprattutto in Italia in vari contesti  e che negli ultimi anni, anche grazie al ruolo svolto da centri di ricerca come quello presente presso la SISSA, sta venendo meno. Tale lavoro, inoltre, ha il pregio di aiutare a capire meglio il senso di un’affermazione, poco tenuta nel debito conto. Sono parole del poeta romantico inglese Thomas Keats, contemporaneo di Leopardi: “Ci sono due tipologie di uomini. Chi pensa con le formule e chi pensa con le metafore. Coloro che pensano con entrambe sono pochi, ma sono quelli che hanno cambiato il mondo”.

TRA LA RUGOSITÀ DEL REALE:

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Mario Castellana
Mario Castellana, docente di Filosofia della scienza presso l’Università del Salento e di Introduzione generale alla filosofia presso la Facoltà Teologica Pugliese di Bari, è da anni impegnato nel valorizzare la dimensione culturale del pensiero scientifico attraverso l’analisi di alcune figure della filosofia della scienza francese ed italiana del ‘900. Oltre ad essere autore di diverse monografie e di diversi saggi su tali figure, ha allargato i suoi interessi ai rapporti fra scienza e fede, scienza ed etica, scienza e democrazia, al ruolo di alcune figure femminili nel pensiero contemporaneo come Simone Weil e Hélène Metzger. Collaboratore della storica rivista francese "Revue de synthèse", è attualmente direttore scientifico di "Idee", rivista di filosofia e scienze dell’uomo; come nello spirito di "Odysseo" è un umile navigatore nelle acque sempre più insicure della conoscenza.

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