La “Divina Commedia”, il poema dell’Amore

La Commedia di Dante può senz’altro definirsi poema dell’amore. L’amore che unisce un uomo (Dante) e una donna (Beatrice) realmente vissuti nel XIV secolo e che in lungo processo di sublimazione, che per Dante coincide con gran parte della sua produzione lirica, di soglia in soglia si «raffina» (Purg. VIII, 120) fino a diventare carità, amore divino. In riferimento al tema dell’amore, dunque, ci limiteremo a leggere solamente qualche verso del poema sacro, nella consapevolezza che scegliere pochi passi tralasciandone altri, è un po’ come essere costretti a scegliere una sola stella nell’intero firmamento.

Leggendo il quinto canto dell’Inferno, in cui il pellegrino incontra «quei due che ‘nsieme vanno» (Inf.V,74) ovvero Paolo e Francesca, si potrebbe avere l’impressione di un Dante bacchettone, ossessionato da una visione dell’amore e della sessualità tipica del Medioevo, epoca considerata -a torto- buia a causa di una presunta arretratezza nel campo del sapere e delle idee. In realtà, le cose stanno diversamente, sia in riferimento all’amore in Dante, sia a proposito del pensiero medievale a riguardo. Innanzitutto è utile precisare che proprio durante il Medioevo il tema dell’amore è studiato e approfondito con una vivacità di approcci, linguaggi e metodi che sono alla base di tutta l’odierna filosofia amorosa. Dante si inserisce in questo dibattito respingendo l’idea di un amore che sia solo passione e che niente abbia a che fare con l’intelletto; egli sostiene, invece, che l’amore sia in grado di abbracciare tutte le realtà fino a diventare la base di tutto l’agire morale dell’uomo: «Nè Creator nè creatura mai /… fu senz’amor» affermerà per bocca di Virgilio in Purg. XVII, non a caso al centro esatto del poema.

Dante, allora, non condanna l’esperienza amorosa in quanto tale, ma quell’amore-passione che senza l’ausilio della ragione diventa una forza distruttiva e mortifera. Eccole parole di Francesca:

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense». (Inf. V, 100-108)

Francesca è tragica testimone e portavoce di quella corrente letteraria che confessava l’amore quale forza irresistibile, contro cui la ragione nulla poteva; ed era stato anche questo il pensiero di Dante fino al periodo immediatamente precedente la stesura della Commedia. L’amante parla con le parole dei libri e delle poesie che ha letto e che ora diventano vita, carne e sangue nella passione travolgente che la unisce a Paolo. Non a caso agli occhi di Dante i due amanti appaiono «quali colombe dal disio chiamate» (Inf. V, 82): come l’istinto amoroso nelle colombe, così la passione li trascina.

La prima coppia dell’inferno non può non ricordare la prima coppia della Bibbia, Adamo ed Eva, anche essi personaggi “di carta” quanto quelli della Commedia. Siamo dunque davanti alla ripresentazione di quel bivio originale, di quella prima scelta tra la voce paterna di Dio e quella subdola del serpente. Questa volta il frutto proibito è un certo tipo di amore. Come Adamo ed Eva avevano ceduto alle parole del diavolo, così Paolo e Francesca cedono al richiamo della passione istintiva. Quando Dio chiede conto ad Eva della sua trasgressione, così ella risponde: «Il serpente mi ha ingannato ed io ho mangiato», come se la colpa fosse del diavolo, e non dell’uso sbagliato della sua libertà. Così Francesca, come a voler mitigare la propria colpa, per ben tre volte accusa l’amore e non se stessa: «Amor…prese costui», «Amor…mi prese del costui piacer», «Amor condusse noi ad una morte». Dante allora sta riflettendo attorno ad una precisa questione: quale amore va in Paradiso? Oggi diremmo: quale amore salva e dona felicità? Amare significa diventare prigionieri del desiderio? Un sentimento che vive solo di «piacere sì forte» resiste all’usura del tempo? Cosa diventa l’amore quando la «bella persona» è ormai sfiorita? La risposta di Dante passa attraverso la purificazione di quell’amore nel Purgatorio: «Amore, / acceso di virtù, sempre altro accese» (Purg. XXII, 10-11). Rispetto al pensiero di Francesca, qui Virgilio parla dell’amore-virtù che si realizza attraverso l’esercizio della ragione, e quindi opposto all’amore-passione dell’amante infernale. Prima ancora dell’amore, dunque, vi è la ragione. Per Dante non basta nascere per essere uomini; «vivere ne l’uomo è ragione usare» (Convivio).

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