Ogni volta che Maurizio Cattelan entra in scena tutto si ferma.

È come se lo strato di polvere depositato sulla superficie del settore cultura si alzasse, vorticando nell’aere del mondo artistico. La parola d’ordine è Provocazione, quella con la P maiuscola, quella che ogni volta mi fa dire a voce alta: mòbastaveramenteperò, tutto attaccato.
E proprio per questo la curiosità ha la meglio, nonostante la coltre opaca di retorica che ricopre questo lemma del vocabolario italiano. Stuzzicata dal chiacchiericcio dei giornali e imbambolata dalle sempre originalissime campagne di promozione dello stesso Cattelan, mi reco a Palazzo Cavour, a Torino, ed entro nelle dimore di Camillo Benso, pensando a come il Conte torinese avrebbe preso questa invasione.
Shit and Die, il titolo della mostra. Il riferimento è all’opera One hundread live and die, di Bruce Nauman, del 1984. Un titolo perfetto, se lo si inserisce in un’operazione di marketing. Immagino già la cartolina che comprerò appesa nella mia nuova stanza torinese e i commenti dei miei amici quando la leggeranno. Immagino anche quante altre stanze avranno quella scritta appesa al muro. E le tazze. Le t-shirt. I grembiuli da cucina e le pattine, per le casalinghe più sfrontate.
Giungo davanti all’imponente palazzo barocco dove, da un balconcino, penzolano due bandiere nere: “Un uomo è stato decapitato oggi” e il corrispettivo inglese, scritti in stampatello maiuscolo sullo sfondo nero, introducono uno dei temi della mostra: la morte. Mi esalto mentre sono in coda (ebbene sì, una delle pochissime mostre di arte contemporanea con una fila fuori), pensando a quante volte mi sarei indignata, a quante volte avrei provato vergogna solo nel guardare un’opera davanti ad altri visitatori, a quante volte avrei detto ai miei compagni di visita “uaaaaaaau”.
Entro e faccio il biglietto. La prima opera accoglie i visitatori all’ingresso: una distesa di banconote da un dollaro fanno da tappezzeria lungo lo scalone che dà accesso alle prime sale. L’opera si chiama The hug (l’abbraccio) ed è dell’artista statunitense Eric Doeringer. L’impatto è forte, il messaggio chiaro e la riflessione che ne scaturisce interessante. Un’opera che non necessita di spiegazioni scritte, su cui però aleggia il fantasma di Andy Wharol che al biglietto verde dedicò intere serie di serigrafie.
Le altre sezioni propongono un percorso tra i temi di morte, sesso, denaro e vanagloria. Il culmine si raggiunge in una sala dove diversi artisti hanno proposto i ritratti dei personaggi più importanti della vita torinese, dalla politica al calcio fino all’uomo comune. Il tutto sotto lo sguardo attento dello scheletro di Carlo Giacomini, anatomista ottocentesco, che sembra ricordarci, come Amleto nel cimitero di Elsinore, della democrazia insita nell’atto di morire.
Senza soffermarmi sulle opere specifiche per evitare lo spoiler, esco dalla mostra soddisfatta di ciò che ho visto, ma con una domanda martellante nella testa: dov’è la provocazione? Parlare di morte, sesso e denaro basta per provocare?
Io non credo.
È chiaro che quando si affrontano certe tematiche ci si allontana da un’idea di arte consolatoria, ornamentale o celebrativa, per andare nella direzione della dissacrazione. Ma la mostra curata da Maurizio Cattelan, con la collaborazione di Myriam Ben Salah e Marta Papini, non provoca. Il motivo è molto semplice: all’interno non c’è niente che non sia stato già visto, non solo negli ultimi anni, ma addirittura negli ultimi decenni. Di esempi di scandalo è piena la storia dell’arte: Vito Acconci e la sua performance del 1972, dal titolo Seedbed, in cui l’artista si masturba sotto una piattaforma sopraelevata. O Marina Abramovic. O Gina Pne. O Robert Mapplethrope o andando ancora indietro il celeberrimo L’origine du monde di Courbet.
Vero è che l’artista padovano nella domea di provocatore si crogiola e ne fa, intelligentemente, un marchio di fabbrica, in un’ottica di marketing che pochi artisti hanno.
Tuttavia mi sforzerei di cercare un linguaggio più articolato per esprimere la complessità della mostra. Porrei l’accento non tanto sulla scelta di temi scandalosi (scandalosi per chi, poi?), quanto sulla incredibile capacità dell’artista padovano di strutturare un racconto visivo. Il racconto di un’epoca, ancora piena di tabù, e di un luogo, Palazzo Cavour, in cui è passata la storia del nostro Paese e in cui l’arte dialoga col passato con lucidità e intelligenza.
Degna di nota, infine, è la sezione Fetish, dove il genio brillante di Cattelan emerge con tutta la sua forza: accanto agli oggetti di Cavour, sono disposte le foto della seducente Contessa di Castiglione, nota per aver sedotto tra i più importanti uomini politici, Cavour compreso. Il tutto è ricoperto da cellophane, come a conservare in un’ottica feticista non solo la storia stessa, ma anche gli oggetti della passione.
In conclusione la mostra curata da Maurizio Cattelan è un percorso, che racconta molto, provoca solo chi di arte è completamente a digiuno o chi ancora si sconvolge davanti ad un uomo nudo su tela, ma che non apre nessuna interpretazione sulla direzione in cui l’arte sta andando.

Sarà possibile visitare la mostra fino all’11 Gennaio 2015.

Roberta Falcone


[Foto di copertina: Shit and Die]

 

 

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Roberta Falcone
Cullata dalla laguna veneziana per quattro anni, mi sono nutrita di arte e giochi di luce riflessa. Mi sono laureata in Arti visive e dello spettacolo dove ho avuto modo di assaggiare nella teoria e nella pratica tutte le espressioni artistiche, dal teatro, al cinema, all'arte, alla fotografia. Da sempre spinta da una forte curiosità, cerco di seguire le tendenze e le controtendenza del mondo artistico contemporaneo, in relazione ai mutamenti sociali, nella speranza poi di costruire e condividere una mia visione del mondo.

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