
«Se un ragazzo non si presenta all’orale, oppure volontariamente decide di non rispondere alle domande dei suoi docenti non perché non è preparato, cosa che può capitare, ma perché vuole ‘non collaborare’ e quindi ‘boicottare l’esame’, dovrà ripetere l’anno»
(Giuseppe Valditara, ministro dell’istruzione e del merito)
«Ma la maturazione, l’autonomia, la responsabilità non sono forse dimostrate in sommo grado proprio dalla decisione di non partecipare al gioco truccato di una scuola indotta a insegnare tutto tranne il pensiero critico?»
(Tomaso Montanari da Gianmaria e Maddalena, grazie per l’esame muto, da IL FATTO QUOTIDIANO DEL 13/7/2025)
L’esimio ministro Valditara ne ha fatta un’altra delle sue, come un Lollobrigida qualsiasi.
È intervenuto, da par suo, come il censore che abbiamo imparato a conoscere, a proposito dei due studenti che all’esame di stato si sono presentati contestandolo (l’esame, non il ministro) così come congegnato, accusandolo di soggiacere a regole che sono ridotte all’applicazione di una ragioneria dei numeri svilente per la valutazione di crescita umana degli studenti, di creare competizione tra questi ultimi, di non svilupparne il senso critico. I docenti, poi, sono stati accusati di non provare empatia per gli studenti.
Ragion per cui han deciso di non rispondere volontariamente alle domande della commissione dei professori, tanto più che tra credito scolastico e prove scritte, avevano già raggiunto la valutazione minima di 60/100 che è necessaria per conseguire il diploma, a legislazione vigente.
Valditara, in sostanza, ha manifestato, non solo disappunto verso la condotta degli studenti, ma ha minacciato fulmini e saette a partire dall’esame 2025-26, quando nessun si dovrà permettere di boicottare l’esame in tutti i suoi passaggi. Fa niente che lo studente non sappia nulla (“può capitare” lo giustifica preventivamente il ministro), ma guai se, intenzionalmente, si sottrae alle regole del sistema … applicando, guarda caso, le regole che quello stesso sistema fornisce.
Infatti, ai sensi della contabilità del diploma a punti, qual è oggi, 60 è il numero da raggiungere per la promozione garantita. Quindi, a ben vedere, gli “studenti hanno studiato”, senza approssimazione alcuna, le regole che si sono disposti a violare senza correre il rischio di ripetere l’esame di stato.
Né hanno deciso di optare per il silenzio senza darne motivazione. Hanno detto che, così com’è, l’esame non va. E la scuola pure, criticandone le manchevolezze e i limiti.
Ora, non è questa la sede per giudicare la scuola nel suo complesso, per quanto docenti e studenti spesso all’unisono, abbiano sottolineato quello che non va. Ad esempio l’indecenza del PCTO, una volta noto come alternanza scuola-lavoro, che ha snaturato il significato e l’obiettivo dell’istruzione, poiché il suo intento dichiarato è quello di renderla ancillare all’impresa e non alla formazione della persona umana e del cittadino consapevole.
E tuttavia, l’episodio degli studenti “renitenti all’esame orale” apre scenari e avvia discussioni che meritano ben più dell’intervento meramente censorio del ministro.
“Carthago delenda”, di catoniana memoria, non è mai la risposta giusta in un paese democratico. Gli studenti (e i professori) che fanno e sono la scuola andrebbero ascoltati e i loro suggerimenti tenuti in considerazione. Per il bene della scuola stessa. E del futuro del paese.
Nessun docente, credo, di fronte a uno studente che chiede spiegazioni per una sua affermazione, può permettersi di zittirlo affermando “perché è così”. E docenti del genere, se ci sono, andrebbero spostati ad altra mansione.
Perché per un ministro dovrebbe essere diverso?
Epperò, una lancia a favore del ministro mi sento di doverla spezzare.
Personalmente, sono a favore, rebus sic stantibus, del fatto che l’esame si componga necessariamente di entrambe le parti, vale a dire le due prove scritte e quella orale, a mio avviso valutata, ingiustamente, troppo poco rispetto alle due scritte, dato l’enorme numero di materie su cui verte.
Ma io, al posto del ministro, non sarei intervenuta per stigmatizzare la condotta dei due studenti “ribelli” (intelligentemente ribelli!). Avrei taciuto. E avrei cominciato a mettere mano all’ordinanza ministeriale regolante gli esami di stato 2025-26 inserendo un articolo di questo tenore “per il conseguimento del diploma è condizione necessaria e sufficiente aver sostenuto sia le due prove scritte che, a seguire, il colloquio orale, le cui valutazioni, insieme al credito scolastico, rappresentano gli elementi imprescindibili per la determinazione del punteggio complessivo che NON deve essere inferiore a 60/100”.
La vogliamo mettere giù ancor più dura? Basterebbe dare al colloquio una valutazione massima di 40 punti, 15 ciascuno alle due prove scritte e 30 al credito scolastico, con 10 punti massimi attribuibili per anno, a partire dalla terza classe.
Ovviamente sto dando i numeri, lo ammetto. Ma mi sento generosa e voglio aiutare il ministro.
Perché la verità è che quest’esame, così come è strutturato, crea ingiustizie e arbitri in quanto è affidato anche alle ubbie, all’umore dei docenti interni ed esterni, all’esperienza personale di quando erano essi stessi studenti.
Vallo a spiegare a uno studente che viene promosso con 98/100 che i docenti (suoi interni!) hanno sbagliato a far di conto, per fretta e approssimazione, precludendogli il conseguimento del massimo. E magari un suo compagno che non ha mai studiato viene promosso con un “aiutone” che non meritava.
E a quell’età, l’ingiustizia è percepita come acutamente dolorosa.
Ecco perché, alla fin della fiera, il ministro Valditara avrebbe fatto meglio a mantenere un pensoso silenzio.
Ma questa, è, ovviamente, la mia opinione personale. Per quel che vale.


























