Raccogliendo le briciole, come Pollicino

A Pasqua sono tornata a casa, dopo tanti mesi. Ma non è stato facile. Ho dovuto fare i conti con la casa vuota di nonna e di zia, stroncate dal Covid, e con i volti sofferenti di tanti altri familiari, in lutto e, in diversi casi, pure incredibilmente segnati dalla personale esperienza della polmonite e del ricovero. Così, mi sono definitivamente resa conto di quanto questo virus lasci i segni, segni sparpagliati sui corpi guariti come mine vaganti.

L’etimologia della parola segno è interessante, perché è connessa con la radice sak- che, in diverse lingue europee, ha dato origine ai verbi “dire”, “raccontare”, “indicare”. Del resto, un segno fa questo: dice qualcosa con immediatezza, contiene grossi e universali significati, indica direzioni, deviazioni, sensi e controsensi. Un segno esiste per parlare. E i segni del Covid parlano tanto, raccontano, indicano, urlano, strepitano, con la loro presenza invadente e non trascurabile, passando senza controllo di volto in volto, di vita in vita.

Il problema del segno, però, è questo: esso è unidirezionale, non alimenta la sana relazione. Irrompe senza chiedere permesso. Parla al posto delle persone, senza aspettare il proprio turno, inibendo la gioia e i sogni. Ciò va bene nel caso di un segnale stradale, che deve dare indicazioni senza prosopopea. Non va altrettanto bene per i segni in questione. Perché impattare la magrezza, le occhiaie nere, le rughe marcate, il respiro affannoso, le piaghe della rianimazione, i capelli incolti e bianchi, lo sguardo spento e angosciato, le lacrime del guarito dal Covid è un’esperienza che, a sua volta, lascia il segno. E allora ognuno resta coi propri segni, irruenti e invadenti, che continueranno a chiedere prepotentemente di essere guardati e a trasmettere una sofferenza cieca, senza lasciare il tempo alle parole di svolgere il proprio prezioso compito, senza che il desiderio della cura possa vincere sulla tentazione di scappare per non vedere. Del resto, chi cammina volentieri tra le mine?

A meno che non accada il miracolo dei significati. A meno che la bellezza degli sguardi non doni al dialogo la forza di giocare d’anticipo. In tal caso l’incontro si stende sul filo di parole discrete, che ammorbidiscono gli spigoli dell’impatto, che accarezzano, guarendo definitivamente, che donano anche a certi segni la possibilità di diventare una storia. È il prodigio della narrazione, che riapre il passato con la chiave della speranza, che scava possibilità oltre la crosta dura del già dato, del già chiuso, dell’accaduto. Il racconto non nega e non ignora i segni, né vuole edulcorarli, ma guida alla loro scoperta graduale, li rivela piano pianto, svestendoli di minacciosità, disinnescando il pericolo di farsi male e facilitando l’incontro. In altre parole, diventano simboli, perché il simbolo, per sua etimologia greca, “tiene insieme”, “unisce”, dunque fa relazione e, per sua portata, contiene in sé mondi in cui la realtà si colora di meraviglia e l’universale lascia spazio al particolare.

Penso agli apostoli terrorizzati dalla morte di Cristo. E penso a questo Cristo, che non si impone, ma propone le sue piaghe spiegando, raccontando, spronando. Non le butta tutte insieme davanti ai loro occhi impauriti: si narra a partire da esse, si dona e dona la possibilità di risorgere tanto dall’angoscia quanto dalla negazione del passato, per trarre nuove consapevolezze per il presente. Non è semplice e non è scontato. Anzi è altamente probabile che le persone in questione non abbiano la forza per tale operazione. Non importa, può farla chi li guarda, chi li incontra, chi va a salutarli dopo tanto tempo. Magari tocca proprio a noi.

Possiamo percorrere il sentiero dissestato della loro esperienza, segno dopo segno, come una via crucis a stazioni, usque ad finem, con briciole di fede nella vita per non perderci, come Pollicino. Per poi rifare insieme il percorso al contrario, raccogliendo le briciole per ritornare fino all’inizio e provare a credere che ricominciare è davvero possibile…e che, più che mine vaganti, quei segni sparpagliati sono astri infuocati e splendenti di una costellazione.