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Un volto è e resta ri-volto

 

È stupefacente la quantità di persone che ogni giorno incrociano le nostre strade, innumerevole visi, più o meno familiari, con i quali abbiamo a che fare.

Effettivamente la parola faccia è connessa a facere, il verbo della praticità, dell’azione, del tran tran, delle incombenze, degli impegni rimandati, dei successi…che restano sconfitte se tutto è drammaticamente

schiacciato sul fare. Non perché le cose non vadano fatte, anzi. Capita non di rado di incontrare lo sguardo imbarazzato di chi doveva fare qualcosa per noi, invece è continuamente, drammaticamente inadempiente e ha a malapena il coraggio di guardare dritto negli occhi. Gli rimane semmai la dialettica per giustificarsi, per tamponare le falle di un’impeccabilità ferita.

Altre volte, invece, preferisce attaccare, magari nascondendo la faccia dietro un social: allora si passa dalla dialettica alla logorrea scritta, ai fiumi di parole impoverite dall’arroganza da tastiera. E bisogna essere drammaticamente vuoti e aridi per condannare le facce degli altri nascondendo la propria, per pretendere la correttezza altrui attraverso un gioco scorretto di messaggi subliminali (che, poi, rivelano uno stile di scorrettezza a più ampio raggio), per addurre egocentrismo al prossimo senza considerare che, forse, la familiarità esasperante con il concetto è il segno evidente che ad essere ammalati non sono i presunti nemici.

Il problema è che quando tutto è schiacciato sulla prestazione, si resta drammaticamente, solamente facce e il comportamento è destinato a scadere nella facciata.

Un volto è altro: porta le tracce dell’umanità più autentica, non perfetta, non impassibile, non incerata, ma piena delle più acerbe contraddizioni, tradita da una mimica trasparente che ha il vizio di rivelare proprio tutto. Il volto ha le sue luci e le sue ombre: può essere av-volto dalla gioia, disin-volto, nella sicurezza, capo-volto dalla malattia, stra-volto dal dolore, scon-volto dalla sorpresa e dall’imprevedibile. Perché vivere fuori dalle logiche di prestazione significa accogliere i paradossi, propri e altrui, senza drammatizzazioni sul bisogno di coerenza assoluta e di perfezione immutabile.

È questa l’affidabilità del volto: il suo essere capace di tenere insieme la complessità delle esperienze, di accogliere i mutamenti, di portare i segni degli errori e dei dolori, capaci di invecchiare più del tempo, e di esibirli non come alibi per continuare a sbagliare, ma come monito per cambiare. Bisogna essere miseramente s-facciati per soffermarsi sulle presunte maschere degli altri; anche perché un volto, contrariamente alla faccia, conosce le proprie maschere, le ammette, le accoglie, le perdona, in sé e negli altri, e si sente in un serio cammino di crescita che è più autentico dell’autenticità vissuta come risultato o, peggio, come una qualità già data.

Un volto, insomma, è e resta ri-volto alla vita tutta intera: da qui discende la forza sia di fare ciò che ogni giorno va fatto, con puntualità, con precisione, con forza inimmaginabile, sia di affrontare le proprie mancanze, di ammettere i propri errori, di non cambiare marciapiede o espressione se ci troviamo di fronte quella persona verso cui non siamo totalmente a posto.

Così il volto si ritrova coin-volto nell’avventura di carne di ogni giorno. E anche se tra-volto da mille cose, sceglie di non essere mai solamente una faccia.

 

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Michela Conte
“Ecco la grande attrattiva del nostro tempo: penetrare nella più alta contemplazione, e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo” (Chiara Lubic): sono una studentessa specializzanda in antropologia teologica presso la Facoltà Teologica Pugliese, con una grande passione per la vita e per le persone! Sono fermamente convinta, infatti, che i limiti di questa esistenza irripetibile rechino in sé una bellezza straordinaria e una reale possibilità di compimento. Per questo, da anni, scrivo: per cercare di dare voce a tale bellezza …e contemporaneamente per rendermi conto che non tutto può essere adeguatamente espresso, che a un certo punto è necessario fermarsi di fronte a questo mare sconfinato e misterioso che è la persona, un mare in cui, nonostante tutto, “è dolce il naufragar”. Per Dio. Per l'uomo stesso. Per me.

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