«A volte non hai il tempo di accorgertene, le cose capitano in pochi secondi. Tutto cambia. Sei vivo. Sei morto. E il mondo va avanti. Siamo sottili come carta. Viviamo sul filo delle percentuali, temporaneamente. È questo è il bello e il brutto, il fattore tempo. E non ci si può far niente. Puoi stare in cima a una montagna a meditare per decenni e non cambierà una virgola. Puoi cambiare te stesso e fartene una ragione, ma forse anche questo è sbagliato. Magari pensiamo troppo. Sentire di più, pensare di meno»

(Charles Bukowski)

Era stata una giornata più simile all’infinito, che a qualsiasi altra cosa si possa pensare. Aveva una tabella di marcia molto ben definita e sapeva di avere la possibilità concreta di riuscire a fare tutto: quel che non aveva considerato era che non avrebbe potuto fermarsi un momento ed avrebbe finito per sentirsi uno straccio.

La sera era arrivata, aveva compiuto il gesto che più amava: chiudersi la porta alle spalle e dare le quattro mandate dall’interno, che l’avrebbero protetta da tutto il resto dell’universo fisico per le successive dodici ore.

Intensità delle luci impostata al minimo, aggeggi elettronici e televisione rigorosamente spenti, il profumo della cena che intanto aveva messo sui fornelli, riscaldamento a palla, il silenzio rotto solo dallo sciabordio dell’acqua che usciva dal soffione della doccia, aperta perché si riscaldasse.

Era arrivato il momento del trapasso: dall’esterno e da tutte le sue richieste, all’interno che voleva solo togliersi di dosso scarpe e vestiti, per arrivare al pigiama.

E allora via tutto, un pezzo per volta, perché anche quello diventava un rito. Ogni indumento da cui riusciva a liberarsi era una zavorra che veniva finalmente via e restava sul pavimento in attesa di finire la sua corsa in lavatrice.

Infilarsi sotto la doccia doveva essere un attimo, il freddo che quel trapasso comportava era insopportabile: nemmeno il dolore del primo istante di acqua bollente lo eguagliava, anche perché quello presto si tramutava in piacere, distensione, assoluto stato di quiete. Qualcosa che non poteva e non doveva avere un tempo definito: la doccia terminava solo quando lei si sentiva vicina al Nirvana.

Al momento opportuno aveva chiuso l’acqua, aperto il box, preso l’accappatoio e guardato senza interesse lo specchio, che sapeva sarebbe stato completamente ricoperto dalla patina del vapore. Improvvisamente un dubbio: era sicura di aver buttato nella spazzatura le cartacce giuste, subito prima di estraniarsi dall’emisfero?

Pantofole, corsa in cucina, apertura del cestino della carta e …no! Prese una ad una le carte che aveva appallottolato e con i capelli che ancora gocciolavano le riaprì per tentare di rimetterle a posto, provando a lisciarle con tutta la cura possibile. Restavano stropicciate, così saggiò la forza ma niente, i fogli non tornavano come prima di essere stati accartocciati. Poteva tentare con il ferro da stiro, ma sapeva che neanche quello sarebbe servito a cancellare i segni dell’imperdonabile distrazione.

E poteva essere stata colpa della stanchezza estrema, è vero …ma restava il risultato.

Una goccia d’acqua dai capelli cadde sul foglio, l’inchiostro si sgranò e finì a riempire i solchi lasciati dalle pieghe. Tutto restò leggibile, ma quelle carte erano inevitabilmente ed irrimediabilmente compromesse.

Così si soffermò a pensare: le persone. Le persone sono come carta. Quando per le ragioni più disparate, non ultima la distrazione, le stropicci quelle non possono più riprendere lo status quo ante …cura, forza, ferro da stiro non funzionano. Il romanzo della loro esistenza non si cancella, ma le loro lacrime finiscono per confondere i contenuti e deviano il corso di una storia.

Bisogna acquisire sempre nuova coscienza, andarci piano con le persone, specie perché in molti casi non è dato accorgersi dei risultati e l’incancellabile gesto resta sospeso nell’aria della loro vita, come un settimino mai riordinato con i cassetti chiusi a casaccio.

Certo lei era una cassettiera che già i suoi nonni avevano costruito con legno pregiato, non si era deformata ed aveva avuto in concessione la grazia di trovare molto spesso altro massello puro, scalfito e non distrutto, a farle da sostegno anche dopo incredibili martellate.

Ma le persone di truciolato? Esistevano anche quelle ed erano la maggioranza. Colpa o no, non era affar suo: rifletteva solo su un fatto.

Se sapeva, come sapeva, cosa dovevano aver provato i suoi fogli una volta accartocciati e buttati, se aveva visto che il gesto era osservabile ma irreparabile, se conosceva l’effetto dell’acqua su certi disastri, se sapeva che ogni essere umano poteva non essere fatto di palissandro, se sapeva che non sempre da forti tronchi viene prodotta carta di prima scelta e, ancora, se sapeva che nemmeno la carta di prima scelta torna liscia dopo essere stata maltrattata, allora aveva il dovere prima etico e poi semplicemente umano di tenerlo sempre bene a mente: con le persone bisogna andarci piano.

L’indomani la prima cosa che scrisse sulla lavagna della sua classe fu: uomo, istruzioni per l’uso. Ed un suo alunno sobbalzò, chiedendo da quando fosse vero che gli uomini si usano.

Con il cuore traboccante di gioia, diede a quel ragazzo tutta la ragione che aveva e gli chiese, allora, di correggere il titolo tutto sbagliato di quella lezione.

Uomo: istruzioni per la fioritura.

Eccola! Era la sua classe: ventiquattro figli, su ventiquattro fogli. Non tutti immediatamente pronti, ma tutti subito concordi.

La cura, quante volte l’abbiamo trovata nelle righe della letteratura, della teologia e addirittura della fisica o della matematica? Se l’uomo ha bisogno di cura, allora è una pianta. E può fiorire. Fiorire e rifiorire.

Come qualcuno un giorno disse a lei, quando era allieva e non docente, era evidentemente arrivata almeno ad uno di loro e per questo aveva già vinto. Eppure non era nata per accontentarsi: doveva sempre chiedere almeno cento, per essere certa di ottenere ottanta. E non fece nessuno sconto.

Quel giorno chiese centodieci a loro e duecentoventi a sé stessa, perché le persone sono importanti, e lei doveva ottenere il massimo risultato, fosse anche con il massimo sforzo.

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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.