È impresso nelle radici della cultura occidentale[1]: ruit hora. Il tempo è ineluttabile: «Non c’è miracolo che possa alcunché contro il tempo. Contro il tempo nulla può la fede che sposta le montagne»[2].

 

«Come incalzano le onde verso la spiaggia petrosa

Così gli istanti nostri si affrettano a lor fine,

Mutando ognuno luogo con quello che innanzi corre,

In affannosa sequela essi urgono avanti»[3]

Il tempo è inesorabile: tutto ciò che respira, tutto ciò che ha colore di essere, svanisce[4]. Non meno di tutte le altre realtà mondane, il diritto e il delitto sono influenzati dal tempo, che li «consuma» e «invecchia»[5]. Più degli altri “diritti” il diritto penale “sente” il tempo che passa non solo per l’intima correlazione tra la responsabilità della persona dell’autore con uno specifico, irripetibile fatto storico che allo stesso autore dev’essere personalisticamente attribuibile. Il divenire sfibra, fino a dissolvere, le trame dello ius puniendi sia dal punto di vista “esterno”/obiettivo (volendo della c.d. “società”), sia dal punto di vista del soggetto. Difficile dire meglio di Blaise Pascal: «Il tempo guarisce i dolori e le polemiche, perché mutiamo, perché non siamo più la stessa persona. Né l’offensore né l’offeso sono gli stessi»[6].

È in relazione all’intreccio inestricabile di queste modalità di espressione dell’influenza del tempo sul “diritto” penale che la prescrizione costituisce una costante manifestazione di regolamentazione giuridica del tempo.

La disciplina del “tempori cedere” investe “in pieno” il mondo del giudice: l’«uomo del passato» che, per impossessarsi delle cose che sono nel processo, deve svolgere «una riflessione all’indietro»[7]. Nell’ottica husserliana del processo, quale «via che conduce attraverso il tempo»[8], fino alla l n. 3 del 2019, la regola generale era che la prescrizione sanciva il limite massimo di questo percorso. Ferma restando l’eccezione dei delitti espressamente o di fatto “imprescrittibili”, anche dopo il profondo restyling della c.d. legge “Orlando”, questo argine, pur debilitato, resisteva. Al netto delle (più o meno circoscritte) eccezioni appena citate, il tempo della prescrizione, per tutti i reati, sanciva la lunghezza(/durata) del “ponte temporale” tra il passato del fatto oggetto del processo e il presente del giudizio. In altre parole, prima dell’ultima “riforma”, lo standard era che la prescrizione “prescriveva” il processo. Il novellato comma 2 dell’art. 159[9] inverte parzialmente l’ordine di questa relazione: non è la punibilità che delimita il tempo dell’accertamento ma il tempo dell’accertamento che protrae, quello della punibilità … sine die.

La possibilità, non solo teorica, che il giudizio penale si protragga senza fine per tutti i reati traccia un solco profondo con il «paradigma garantista» perché l’uomo-imputato (può) diventa(re) “ostaggio a vita” del processo e delle incontrollabili azioni e decisioni sul procedere del processo (dei giudici ma non solo).

Una metafora mitologica chiarisce efficacemente questo aspetto cruciale del tema. Crono, dio del tempo, per fermare Urano, che in un ciclo infinito fecondava Gea e ne assassinava i figli, lo rende sterile. «L’autorità accettabile, quindi, è quella che subisce gli effetti del tempo»[10]. Non è accettabile l’autorità assolutisticamente padrona del tempo altrui, nel senso denunciato da Madame de Maintenon (Le roi prend tout mon temps), di ergastolo processuale (o “cattiva eternità” [11]).

Per contro, ogni potere è costituzionalmente legittimo se “subisce” una qualche ragionevole misura del potere[12]. Difficile dire meglio: che si pensi alla prescrizione considerando il venire meno dell’interesse pubblico alla repressione di un reato non perseguito dall’autorità giudiziaria ovvero il limite massimo entro cui si può trascinare la prosecuzione dell’accertamento procedimentale/processuale, «in entrambi i casi è … inevitabile la fissazione di un tetto». Senza questo limite – la cui definizione richiede l’«ottimale combinazione di … diverse ponderazioni» e, quindi, una “meditata gestazione” [13] – il processo resta esposto al rischio, di per sé inaccettabile, che l’azione penale, per ogni reato, per tutti i reati, in caso di assoluzione o di condanna, si prescriva quado piace al “Procuratore del Re”[14]. La discordanza con i valori della Carta non potrebbe essere più evidente

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[1] Definire il nostro tempo significa definire il «tempo dell’occidente»: G.E.Rusconi, Cosa resta dell’Occidente, Laterza, Bari-Roma, 2012, p. 3. «Il tessuto del mondo è il tempo»: S.Weil, Cahiers, trad. it. in L’attesa della verità, a cura di S.Moser, Garzanti, Milano, 2014, p. 293.

[2] S.Weil, Cahiers, cit., p. 300.

[3] «Like as the waves make towards the pebbled shore, So do our minutes hasten to their end, Each changing place with that which goes before, In sequent toil all forwards do contend»: W. Shakespeare, Sonnets (n. 60), Londra, 1609.

[4] E.M.Cioran, La chute dan le temps (1964), trad. it. di M.A.Rigoni, Adelphi, Milano, 1995, p. 124.

[5] Metacitazione aristotelica tratta da M. Bretone, Tempo e ragione giuridica fra antico e moderno, in Materiali per una storia della Cultura giuridica, 2006, 2, p. 291

[6] «Le temps guérit les douleurs et les querelles parce qu’on change. On n’est plus la même personne; ni l’offensant, ni l’offensé ne sont plus euxmêmes. C’est comme un peuple qu’on a irrité et qu’on reverrait après deux générations. Ce sont encore les Français mais non les mêmes» B.Pascal, Pensées (802-122), trad. di G.Auletta, in La ragione e le ragioni del cuore, a cura di C. Bo, San Paolo, Milano, 1996, p. 38.

[7] G. Husserl, Recht und Zeit. Fünf rechtsphilosophishe Essays (1955), trad. it. a cura di R. Cristin, Giuffrè, Milano, 1998, pp. 54-56.

[8] G. Husserl, Recht und Zeit, op. loc. cit..

[9] «Il corso della prescrizione rimane altresì sospeso dalla pronunzia della sentenza di primo grado o del decreto di condanna fino alla data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio o dell’irrevocabilità del decreto di condanna».

[10] F.Morelli, Prescrizione e tempo del processo: un problema complicato, in www.lacostituzione.info (17 novembre 2018), p. 6.

[11] E.M.Cioran, La chute dan le temps, cit., p. 127: «tutto si guasta, tutto diventa rimuginazione dell’intollerabile, tutto precipita in questo baratro dove si aspetta invano l’epilogo».

[12] Tra le molte possibili citazioni preferisco quella di un magistrato, che, all’epilogo di una “carriera” che lo aveva condotta ai vertici distrettuali, ha rassegnato una riflessione lucida e implacabile del sistema giudiziario italiano: «Nel costituzionalismo moderno non c’è potere (pubblico o privato) senza limiti e senza responsabilità: i limiti sono segnati dalla divisione dei poteri (oltre che dal pieno rispetto delle funzioni di ciascuno) e dal riconoscimento dei diritti fondamentali, che trovano la loro garanzia nelle varie forme di responsabilità giuridica e/o politica previste dall’ordinamento»: V.M.Caferra, Il processo al processo. La responsabilità dei magistrati, Cacucci, Bari, 2015, p. 9. In ordine all’assenza di arbitrarietà quale condizione di legittimità dell’esercizio del potere cfr. la sentenza della Corte EDU, 8 luglio 2014, Biagioli+1 vs. San Marino.

[13] Citazioni tratte da G. Marinucci, Relazioni di sintesi, in Sistema sanzionatorio: effettività e certezza della pena, Atti del convegno di Gallipoli, 27-29 ottobre 2000, a cura Centro studi Enrico de Nicola – Centro nazionale di prevenzione e difesa sociale, Giuffrè, Milano, 2002, p. 329.

[14] F.Carrara, Programma del corso di diritto criminale, Parte generale, II, V ed., Lucca, 1887, pp. 130-133