«Meno si comprende la ricchezza e la bellezza della vita per quello che è, più si pensa che il divino sia una cosa diversa, totalmente altra, rispetto alla vita. Viceversa, più si comprende la ricchezza e la bellezza della vita per quello che è, meno si pensa il divino come una cosa diversa e totalmente altra. Il centro speculativo del Cristianesimo, l’incarnazione di Dio in un uomo, è esattamente la massima espressione di questa equazione fondamentale: pienezza della vita = divino».

(Vito Mancuso)

Caro lettore, adorata lettrice,

questa parola mi è capitata per caso: un mero errore di battitura sulla tastiera e la Parola era là, sotto i miei occhi: in tutta la sua magnificenza.

Incavatura. Che poesia!

Io spero che sia presente a te così come si è rivelata anche a me: immediata, senza bisogno di aggiunte, solo da contemplare.

L’incavatura è opera del tempo. È frutto di una goccia dopo l’altra. È il risultato di azioni pazienti e di sacrifici silenti. Di scarnificazioni. Gutta cavat lapidem…

Ci incava la vita. Il dolore. La gioia. Il successo e ancor più gli insuccessi. Le partenze e i ritorni. Gli addii e gli incontri. Le strette di mano e gli abbracci. Ma anche i cazzotti nello stomaco. Le salite e le discese.

Ci incava ogni istante. E ci prepara.

Ad accogliere. A svuotarci del superfluo. A farci casa per chi viene. A non perdere l’Ospite e l’Occasione.

L’incavatura è la vita che ci prepara alla vita. Ed anche alla morte.

L’incavatura è cammino e attesa. Speranza e disperazione. Sconfitta e resilienza.

L’incavatura è roccia e legno scolpiti. Ma anche carne. E calli, duroni e piaghe.

Seni accoglienti. Grembo materno.

L’incavatura è incarnazione. È gestazione.

Implica gentilezza e forza, visione e smarrimento.

L’incavatura siamo io e te che non smettiamo di sperare. E che ci rimbocchiamo le maniche.

L’incavatura è azione e non-azione.

È realtà divina. Totalmente altra. Ma anche Qui ed Ora.

Come questo nostro caffè, che è tuo ed anche mio.

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