Alle persone sensibili si deve tanto: è grazie a loro che aumentano i dubbi, si sgretolano certezze, si stracciano le etichette…

«Particolare attitudine a risentire gli effetti anche più insignificanti di una condizione affettiva o emotiva»: questo dice Google a proposito della sensibilità. Che, tradotto, suona così: la persona sensibile risente di cose senza significato, dà peso a cose da niente.

Associare sensibilità e insignificanza è rischioso, purtroppo usuale. Come dire che le emozioni buone, le motivazioni giuste, le reazioni significative, degne di avere un riscontro interiore e un significato esistenziale di valore, sono tutte prestabilite. È come dire, anche, che un fantomatico “sensibilometro”, alla portata dei più, rivela se il nostro mondo interiore è nella norma, oppure se siamo inclini a reagire per niente. In altre parole, ad “esagerare”, andando oltre la soglia tollerabile di sensibilità.

Pare, infatti, che si possa essere sensibili solo fino a un certo punto, oltre il quale si attivano immediatamente le sentinelle di una raziocinante apatia scambiata per maturità: «Dovete essere più forti, andate in crisi per nulla». «Pincopallo, tua mamma al colloquio mi ha detto che sei altamente sensibile. Guarda, dimmi solo se prendi psicofarmaci e la chiudiamo qui». «Signora, è sicura che per sua figlia scienze dell’educazione vada bene? È troppo fragile per fare l’educatrice». «Collega, dobbiamo finire i programmi, mettere i voti, leggere le circolari, firmare i pdp, pretendi anche di risolvere i problemi degli adolescenti?» «Sarà meglio che impari a difendersi, è un bambino troppo sensibile». Si, ad oggi il contesto in cui la sensibilità è più patologizzata e le persone sensibili sono più fraintese è la scuola. Lo dico da insegnante: c’è una falla nel sistema scolastico, educativo in genere, aperta da un abnorme pregiudizio che associa la forza alla strafottenza, alla rudezza di modi, al gelo emotivo, all’assenza totale di empatia e la fragilità alla troppa sensibilità, alla troppaemotività, al troppo coinvolgimento. Una falla, mi permetto di dire, in cui anche l’ignoranza si intrufola, come un dito nella piaga che ne peggiora lo stato. E non si tratta di ignoranza culturale, nozionistica, ma umana: si ignorano i processi emotivi che sostengono quelli cognitivi, si ignora la potenza dei canali sensoriali nell’apprendimento, si ignorano gli effetti della pedagogia nera, si ignora il ruolo dell’empatia nello sviluppo completo dell’intelligenza. Pregiudizi che contribuiscono a scambiare la sensibilità per mollezza, immaturità, pigrizia, mancanza di costanza, di critica, di impegno. E ancora con l’empatia malata, con l’incapacità di definirsi e di mettere confini sani. Tutte cose che certamente e urgentemente vanno educate, ma senza denigrare, etichettare, schiacciare emozioni e sentimenti per paura che ne siano la causa o, peggio, per timore che siano di intralcio alla lucida freddezza raccomandata e raccomandabile per essere credibili in questa società. Peccato che la lucida freddezza produca mostri, quelli che ogni tanto ritroviamo sulle prime pagine della cronaca nera o quelli che, semplicemente, anneriscono il nostro quotidiano con la loro stoica postura e la loro presunta affidabilità. Precisi, puntuali e drammaticamente distanti dall’umano, certi di non essere invischiati nelle immaturità dei più, inconsapevoli di annegare nel disumanizzante pregiudizio che le relazioni crescono meglio nel distacco e nella neutralità e che l’adultità sia il risultato della durezza.

La domanda è: quando abbiamo fissato il livello di esondazione del cuore, oltre il quale vi è l’allerta disastro? E quando ci convinceremo che, neuroscienze alla mano, sensibilità e intelligenza non sono opposte, bensì l’una propedeutica alla versione migliore dell’altra?

Se educare è davvero un “tirare fuori”, come dice la parola, occorre entrare dentro.

Se formare è lavorare un’essenza, ben oltre l’informare e lungi dal deformare, occorre sporcarsi le mani della materia umana, tutta. Anche quando non vorremmo, anche quando, secondo l’andazzo travestito da ufficialità, non dovremmo.

E se siamo in emergenza educativa, non lo siamo perché «ormai siamo tutti ansiosi», «questi giovani piangono per ogni cosa», «non si può dire più nulla», «ai miei tempi pane e umiliazione, uno schiaffo e via». Lo siamo perché, mentre aggiornavamo smartphone e aspirapolveri, abbiamo dimenticato di aggiornare la pedagogia (scolastica, familiare, aziendale, sociale) e iniziato a patologizzare la sensibilità, consigliando continuamente cure rinforzanti.

Eppure, alle persone sensibili si deve tanto: è grazie a loro che aumentano i dubbi, si sgretolano certezze, si stracciano le etichette, si creano significati inediti, si costruiscono modelli nuovi, si sfidano i pregiudizi, si liberano emozioni scomode. E sarà grazie a loro che, un giorno, ad essere anormale sarà, finalmente, l’insensibilità.


1 COMMENTO

  1. Come educatrice condivido tutto ma se non si lavora in sinergia scuola-famiglia non si può andare da nessuna parte. La scuola deve abbandonare la logica della omogeneità per una valutazione sbrigativa e sommaria e la famiglia deve aprirsi alla collaborazione fattiva senza nascondere nulla.

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