Se vuoi salvarti, leggi. E se tu volessi, addirittura, salvare qualcuno, scrivi.

(Leo Ortolani)

Scrivere è un rischio, un servizio, una responsabilità. Amico mio lettore, amica mia lettrice, è di questo che voglio parlarti mentre prepariamo la moka per il nostro caffè mattutino.

Perché si scrive? Sono in tanti a chiederselo, tra lettori e scrittori. C’è chi pensa che scrivere sia una forma di megalomania, di ostentazione, di egocentrismo. Come escluderlo?

Eppure, non è solo questo. Basterebbe richiamare l’etimologia della parola “autore” per ribadirlo. Autore è “colui che (ti) accresce”, chi ha una parola da darti e te la porge perché per lui è come partorire un figlio; lui pensa che quella parola possa far bene: “ti” possa far bene, sia raggio di luce, soffio di speranza.

Dunque, chi scrive è presuntuoso. Su questo non c’è dubbio. Si sente salvatore del mondo e offre suoni per la vita. Per di più, mentre pensa di salvare gli altri, probabilmente scrive per salvare solo se stesso. Salvarsi dal buio, dalla notte, dall’oblio, dall’impossibilità e necessità di capirsi. Lui scrive e ti prega: “Leggimi… Salvami…”.

Prendere le distanze da un tipo così, è il minimo.

E nondimeno: cosa sarebbe la nostra vita senza poeti, musicisti, cantanti, romanzieri, sceneggiatori?

Ci pensi? Chiunque scriva, che si tratti di versi, musica, canzoni, tragedie, commedie, film o romanzi, non fa altro che offrirci parole. Parole che ci salvano. Che danno voce alle nostre pulsioni, traducono le emozioni, lavano i sentimenti e li battezzano, chiamandoli per nome.

Per questo scrivere è un atto di servizio, un ministero. Ed è anche una grande responsabilità. Bisogna saperle scegliere, le parole. Limarle quando sono aspre. Cassarle, se sono eccessive. Bisogna che rispondano alla tua attesa. Alla tua sete. Bisogna davvero saperle scegliere.

E anche tu, amico lettore, amica lettrice, se vuoi che la tua vita abbia parole, è bene tu sappia che ti serve leggere. E se pensi di voler bene al mondo, allora scrivi, non aver paura. Perché scrivere è, prima di tutto, un atto di generosità.

Certo, ci sarà sempre qualcuno che ti parlerà dietro. Che ti darà dell’esibizionista. Del perduto. Del sognatore. Dell’Alicenelpaesedellemeraviglie.

Ma tu, se hai da scrivere, scrivi. E partorisci il tuo figlio di carta. Il mondo, prima o poi, più poi che prima, te ne sarà grato.

E soprattutto: avrai acceso la tua luce.

Nel frattempo: visto che il caffè è già uscito, ti sei ricordato di spegnere il gas?

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FontePhoto credits: pixabay.com
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Paolo Farina
La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba.Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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