Smiling black transgender model with dyed hair wearing pink dress and accessory standing near blue background with hands on waist during photo shoot

«Il dramma, per me, è tutto qui signore, nella coscienza che ho che ciascuno di noi – veda- si crede uno, ma non è vero, è tanti, signore, tanti, secondo tutte le possibilità di essere che sono in noi uno con questo, uno con quello, diversissimi! Con illusione, intanto, di esser sempre uno per tutti è sempre tutt’uno che ci crediamo in ogni nostro atto. Non è vero, non è vero. Ce ne accorgiamo bene quando in qualcuno dei nostri atti per un caso sciaguratissimo restiamo, all’improvviso, come agganciati, sospesi. Ci accorgiamo, voglio dire, di non essere tutti in quell’atto e che dunque un’atroce ingiustizia sarebbe giudicarci da quello solo, tenerci agganciati, sospesi alla gogna per l’intera esistenza come se questa fosse assommata tutta in quell’atto» .

(Luigi Pirandello da Sei personaggi in cerca d’autore)

«L’attribuzione dei colori rosa e celeste a femminucce e maschietti è una convenzione affermatasi soltanto nel secolo scorso. In precedenza valeva l’esatto contrario: ai bambini spettava il rosa in quanto versione addolcita del rosso, tinta focosa e virile per eccellenza, mentre il celeste era associato alle bambine in omaggio al manto azzurro della Madonna»

(dalla Settimana Enigmistica del 13 novembre 2025, rubrica Spigolature, numero 76791)

Noi anziani, per sperare di tenere allenato il cervello, e scantonare così malattie devastanti legate alla degenerazione cellulare del supremo organo (leggi: demenza senile), spesso facciamo ricorso alle parole crociate, oltre che ad altri strumenti vivamente raccomandati da medici neurologi e affini.

Da quando sono in pensione, lo faccio anch’io.

E, questa settimana, tra le curiosità che la più importante rivista del settore pubblica, leggo quella dei colori abbinati al sesso dei neonati.

Non lo sapevo, né mai l’avrei immaginato.

Il rosa, ritenuto colore femminile per eccellenza, fino al secolo scorso era abbinato ai neonati maschi perché annacquatura del rosso, colore maschile e virile. Il celeste alle femmine, mercè il manto della Madonna.

Santa miseria, mi son detta, ma qui vien giù tutto!

Dopo anni passati a individuare nell’uso del colore rosa da parte di un uomo un segno inconfondibile di qualcosa di femmineo, di malato, quasi, (chi non ricorda il film “Il ragazzo dai pantaloni rosa”?), vuoi vedere che i maschi che indossano il rosa sono veri uomini, virili ed intemerati?

E vuoi vedere che il celeste e altre tonalità di azzurro sono il simbolo della vera femminilità?

E mi è poi venuto in mente, a proposito di qualità “intrinseche e naturali”(???) del genere femminile l’episodio di una nipotina di un mio amico che, quando si trattava di scegliere i vestiti, appena ne vedeva uno rosa, esclamava: “voglio questo, è da femmine!”. Al che il mio amico concludeva “i generi sono innati, qualcosa di intimamente naturale”.

Personalmente, rimanevo in silenzio, anche perché a me è sempre piaciuto l’azzurro, il blu, e solo ultimamente mi sono convertita a colori un po’ più vicini al rosa, di cui, peraltro, non vado matta.

Ora dovrei rallegrarmi perché la mia femminilità è stata confermata dal mio gusto cromatico? Certo che no.

La verità, semplice e lapalissiana, in pratica banalissima,  è che la realtà sociale è tutta una convenzione.

I valori che la condizionano, e che condizionano noi individui, sono la risultante di decisioni prese da qualcuno e poi imposte come valori immodificabili alla comunità.

La classe dominante ha “creato” valori che, di fatto, consentivano il mantenimento dello status quo, ovvero, il potere della stessa classe, e li ha imposti ai dominati per assicurare a se stessa il comando e il suo consolidamento.

Pensate alla casta sacerdotale, in tutte le civiltà.

Il suo  dominio passa(va) attraverso l’esclusivo rapporto con la divinità, i cui “dettami” sono portati a conoscenza del popolo affinché si adegui obbediente.

La questione se la divinità esista o meno è relativa: il sacerdote è l’interprete della volontà divina e il propagatore dei suoi comandi.

Le persone comuni non possono conoscere le “verità rivelate” se non attraverso la mediazione del sacerdote, che, per ciò stesso, ne è il vero e unico depositario  e la sua parola, in quanto parola della divinità, è incontestabile.

Meglio ancora se la gente comune è analfabeta perché allora il sacerdote sarà anche l’interprete materiale delle sacre scritture.

Pensate, anche, al dominio maschile.

Gli uomini hanno fatto le regole che hanno imposto alle donne quali la necessità del matrimonio, l’obbedienza al marito, il lavoro casalingo necessario all’unità della famiglia, il mettere al mondo molti bambini, la fedeltà coniugale. Insomma, un’idea proprietaria degli uomini rispetto alle donne da sottomettere. Peraltro, patrimonio e matrimonio sono due parole simili. E quest’ultimo è la causa dell’affermazione del diritto di proprietà, prima di tutto sulla propria moglie (a questo proposito è assai illuminante il breve saggio Il Matrimonio dell’economista statunitense di origine norvegese Thorstein Veblen).

Pensate, anche, alla questione dei generi.

Ci sono “regole” di condotta femminile e “regole” di condotta maschile.

Le donne devono essere dolci,  quiete, belle, camminare in un certo modo, parlare a voce bassa, curare il proprio aspetto, cercare marito.

Gli uomini forti, coraggiosi, non devono piangere mai, camminare a gambe larghe, litigare e combattere per affermarsi e affermare il dominio sul “proprio territorio”, avere relazioni con più donne (magari contemporaneamente!).

Se una donna non rientra nello stereotipo è poco femminile, un maschiaccio e magari lesbica.

Se un uomo è dolce quieto, gentile, cammina un po’ dinoccolato,  è facile che venga considerato effeminato e quindi gay.

La verità è che nel grande libro della natura nasciamo, maschi e femmine (altra convenzione terminologica), tutti uguali e poi veniamo educati da maschi o da femmine dai nostri genitori, apprendiamo comportamenti dalla società in cui viviamo, poiché, fondamentalmente, il bambino imita quello che vede.

È quando si diventa grandi che gli individui (forse, ma non tutti) personalizzano il proprio stile comportamentale e relazionale, anche in base alla propria cultura.

Quindi la persona umana è la risultante di una “costruzione” progressiva propria e degli altri. Secondo regole che si sono affermate, magari nei secoli, ma che non hanno nulla di naturale.

E le regole che si sono affermate sono sempre quelle del gruppo, della casta, che, in quel momento, era, ed è, dominante.


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