Novella tratta dal terzo libro non pubblicato La pazienza e la Ragione, di Salvatore Memeo

Il belletto che le donne adoprano, serve per dare un tocco di smalto al viso smorto e che ha bisogno di dare un aspetto dicevole qualora non lo fosse.

Si era appena levata dal letto, dopo una notte di turbamento a causa della sua coscienza che non le aveva permesso di allinearsi con le “promesse” fatte a suo marito. Ma non era solo questo il problema in cui si era cacciata Concetta Spreafico, da quando si era messo in testa che voleva sfondare nel campo del teatro.

Aveva cominciato a farlo in modo civettuolo con le amiche e poi, man mano, si era data, in modo spigliato a farlo pure in casa, dove il consorte, assai paziente, dapprima l’aveva tollerata ma poi, stanco e ristuccato, aveva deciso, cautamente, di frenare quei suoi slanci interpretativi, privi di succo e di dizioni.

In fondo, Concetta, ad essere obiettivi, usava una certa teatralità in tutte le cose che faceva: pure in quelle di una certa riservatezza, mettendo in “scena” ciò che andava tenuto a sipario chiuso.

Farglielo capire non era servito a niente, tanto che era diventata lo spasso del paese e che aveva coinvolto passivamente suo marito, al ludibrio e alla caricatura. Questi si era fatta una sua “cultura” a riguardo della consorte tanto che aveva, senza desiderarlo, incominciato a recitare una controparte alla maniera sua che, alla fine, aveva preso il sopravvento a quella recitata dalla moglie.

Si chiamava Osvaldo Brina il marito di Concetta ed era di una fermezza fredda, quasi cinica nei confronti di sua moglie. Il suo era un “cinismo paradossale” ma interessato e a fin di bene. Se l’era inventato affinché la moglie rientrasse da sé, dal recitare il copione sbagliato e non quello che più le competeva: di moglie appunto.

Osvaldo aveva incominciato a prendere contromisure sin da quando gli eran giunte le prime avvisaglie sul conto di Concetta, improvvisatosi attrice…

Andava a ruota libera la consorte e lui, si era attivato con una contromossa: allungandole la propria “gamba”, a mo’ di “sgambetto”, ogni qualvolta era necessario fermarla.

Quella mattina Concetta aveva trovato suo marito già alzato che stava facendo colazione, dopo averla preparata per due.

-Buongiorno caro- disse lei.

-Fossi stato un genovese te lo avrei proibito quest’aggettivo- rispose il marito…

-Di quale aggettivo parli? – chiese lei con gli occhi ancora sulla luna…

-Quel tuo “buongiorno carissimo”, rispose Osvaldo. Aveva reso superlativo, l’aggettivazione al saluto di sua moglie.

-Ma io ho detto solo caro…e poi cosa centrano i genovesi?

-Centrano verosimilmente poiché se mi mettessi a fare la persona “cara”, anzi “carissima”, unito al tuo modo dispendioso di fare, chissà dove andremmo a riparare…

-A riparare che cosa? Non c’è nulla di rotto qui in casa… o forse hai avuto qualche incidente con la macchina ed io non ne so ancora nulla?

-Nessun incidente. È solo che il pesce puzza sempre dalla testa- rispose il marito.

-Ma quale pesce dovrebbe puzzare se non ne abbiamo in casa?

-L’abbiamo, l’abbiamo, ed è fuori dall’acqua…

-Quale acqua?

-Quella dove i pesci nuotano

-Ti stai riferendo al mare? Ma noi siamo in collina… non ti pare?

-Siamo in collina con il mare in casa- disse Osvaldo, tentennando il capo ad occhi chiusi e mettendosi una mano al collo come per strangolarsi, poi, con enfasi riprese: -Siamo in collina ma in un mare di guai.

-Oh bella! – rispose lei- e da quando?

-Da quando il fiume della stupidità ha rotto gli argini sfociando in casa nostra…

-Sai che non ti capisco?

-Ah, se è per questo nemmeno io riesco a cavarne un ragno dal buco…con questa tua, infinita farsa…

Osvaldo allungò la mano verso il centro tavola e, dal cestino del pane, ne prese una fetta: con l’altra mano il vasetto di marmellata che la spalmò. Così facendo se la pose tra i denti come farebbe una persona gay in un salotto ricercato e che non vuole apparire cafona. Poi, masticandone delicatamente un pezzettino, guardò dalla parte della moglie che era rimasta in piedi e le disse: -Amore, perché non ti siedi e fai colazione, prima che il caffè si raffreddi? Vuoi forse aspettare che si faccia mezzogiorno e che il pranzo diventi il secondo atto di questa farsa? Mi avevi promesso che avresti smesso di recitare senza la presenza di veri astanti.

Lei fece un movimento di stizza girando su di sé, mentre afferrò la spalliera della sedia, la scansò dal tavolo e, con modo brusco, accomodò sopra il suo posteriore, accavallando le gambe e lasciando aperta la vestaglia in modo plateale…

Erano momenti in cui Concetta si calava nel suo ruolo migliore ma lo faceva davanti ad uno spettatore più “commediante” di lei.

Nella sua recita, Osvaldo, era talmente freddo, che per cavargli un bis non sarebbe bastata l’esultanza di un’intera platea, causata dopo aver assistito ad un capolavoro rossiniano…

Il sole inviava i suoi raggi già caldi sulla vetrata della stanza, entrando in casa senza bussare alla porta. Ma qualcuno lo fece, ed era il postino con un pacco per la signora, la quale, nel frattempo, terminata la colazione, si era recata in bagno per prepararsi ad altre, per così dire, partiture…

Lo ritirò Osvaldo, il pacco, pagandone il controassegno di una certa somma che lui non s’aspettava ma che ne conosceva già il contenuto. Solitamente erano strambi, eccentrici indumenti che lei indossava, ma di un certo valore, con la mania che aveva di recitare la sua farsa infinita. Ne indossava a ripetizione per i suoi lunghi, sconclusionati, noiosi monologhi che, a sentirla, sembrava trovarsi ad un comizio politico piuttosto che ad una recita di un copione razionale, di una storia sensata.

In un certo senso, però, come un politico mira sempre a recitare uno stesso, inconsistente copione, Concetta ne imparava sempre uno diverso da darle, a chi non la conosceva bene, un tocco d’improvvisata, aspirante attrice.

Uscendo dal bagno era truccata come uno stabile di un centro storico: uno di quei paesini spopolati di montagna, dove i Sindaci, per ripopolarli, li vendono alla somma nominali di un Euro a vano.

Aveva indossato dei pantaloni leopardati con una camicia di seta e un gilet a quattro bottoni, una cravatta gialla e dei mocassini da mille e una notte da farle sembrare una domatrice di belve: questa volta, forse, per recitare in un ipotetico circo equestre, pensò Osvaldo, nel vederla.

Ma quando lui la vide entrare in salotto, fece finta di nulla e le chiese: -Ti va di fare una capatina allo zoo…tanto per mettere due passi?

E lei, stralunata: -Allo zoo? E perché proprio in quel posto? Ci siamo stati tante volte e conosciamo bene il sito…e i loro inquilini…

-Sì-, risposte il marito e, con enfasi, proseguì: -Ho pensato che così vestita avresti potuto far colpo. Non capita tutti i giorni recitare alle belve chiuse in gabbia… oppure se non ti va di andare da quelle parti, apri quel pacco che ti è stato recapitato pocanzi e guarda se c’è qualcos’altro che ci possa dare altre idee di dove andare e cosa fare- girò la testa verso la finestra e continuò: -Che so, oggi è sabato ed è aperto il cinodromo, forse opteresti recarti da quelle parti- poi, con velata spiritosaggine: -Così ti potrai rendere conto di quanto piccoli sono i fantini…

Concetta, interessata al pacco da aprire, non si era resa conto della battuta spiritosa del marito e si era precipitata verso il tavolo sul quale il postino aveva lasciato l’involucro.

Dentro le solite cose: delle paillette, un chimono, un ventaglio da ballerina di flamenco e un cestino fatto di giunchi con il quale avrebbe, dopo averlo riempito di briciole di pane, potuto recarsi al laghetto per dar da mangiare ai germani reali e alle folaghe, gabbiani permettendo: sono i più aggressivi e voraci.

Già si notava sul viso di Concetta la gaiezza, mentre ad uno ad uno estraeva dal pacco i regali che si era ordinati e che il suo coniuge era solito pagare.

Indossò il kimono, si guardò nello specchio e salutò il marito con un: -Sayonaraaa!

Questi fece un cenno col capo e le propose di uscire a fare una capatina al museo della città, dove avevano allestito una mostra su Picasso e lei, senza farselo dire la seconda volta, gli rispose: – Sono pronta, andiamo!

-Andiamo, dove? – le chiese Osvaldo.

Al museo, no? L’hai detto tu!

E lui: – Conciata così?

-Insomma cosa vuoi che io indossi…un abito regale…per andare a visitare un museo? – rispose un po’ stizzita la moglie.

-Certo che no! – rispose il marito con calma e aggiunse: -Ma datosi che non siamo in Giappone e tu non hai gli occhi a mandorla, vestita così, la gente scambierebbe la cosa come una carnevalata…, poi con dolcezza…-Non ti pare, amore mio?

Erano espressioni che addolcivano il carattere di Concetta tanto da non farle andare oltre certi limiti d’insopportazione. Ma durava poco tempo: nemmeno un giro completo delle lancette di un orologio. Ma farle uscire da ciò che sembrava essere una dannata, consolidata mania istrionica di fare l’attrice, ci voleva ben altro…

La pazienza di Osvaldo non aveva “estremità”, fatta eccezione di quel suo modo di affrontare la situazione e mantenere il sipario mezzo aperto alle “recite” di sua moglie, altrimenti le sarebbe scivolata di mano, alla pari di un’anguilla appena pescata.

L’efficienza di un rapporto a due si mantiene stabile se almeno uno dei due mantenga la testa sulle spalle, altrimenti si cade in discussioni a non finire e che, alla fine, potrebbero far male ad entrambi.

Questo modo di Osvaldo, per assecondare la moglie e, al medesimo tempo, tamponare i suoi entusiasmi recitativi, consisteva nel perdere tempo. Egli doveva solo temporeggiare nei momenti in cui lo necessitava. Doveva farlo affinché nella moglie si placasse, rientrasse la normalità dalla sua verve ispiratrice che la infervorava e che la faceva sentire un’anima fuori posto, su di un palcoscenico che, né era suo e né, per tante ragioni, lo poteva diventare…

Era così tutti i giorni. Di volta in volta bisognava inventarsi il rimedio adatto, distensivo e giammai provocatorio per non offendere Concetta, molto amata dal marito.

Questi aveva trovato un metodo Loriottiano, fatto di indeterminatezze volute e di pragmatismi surreali: filosofie che non portano da nessuna parte, se non dove il tempo viene speso per salvare certe cause precluse ad ogni tentativo di cure e di ragione, altrimenti irrisolvibili.

Si era fatto tardi in casa Brina ed era ora di cenare, dopo che Concetta si era cambiato diverse volte e si era deciso di andare di “qua” oppure di “là”, per assistere, ora a “questo” altre volte a “quello” ma senza mettere piede fuori dall’uscio. Lo si faceva alla maniera di Loriot (Bernhard Victor Christoph Carl von Bülow, più semplicemente detto “Vicco von Bülow”.

La farsa di Concetta e Osvaldo si replicava tutti i santi giorni: era l’amore vero e una pazienza senza fine a non farla cadere in tragedia…

 


FonteWikiuka, CC BY-SA 3.0 , via Wikimedia Commons
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Salvatore Memeo è nato a San Ferdinando di Puglia nel 1938. Si è diplomato in ragioneria, ma non ha mai praticato la professione. Ha scritto articoli di attualità su diversi giornali, sia in Italia che in Germania. Come poeta ha scritto e pubblicato tre libri con Levante Editori: La Bolgia, Il vento e la spiga, L’epilogo. A due mani, con un sacerdote di Bisceglie, don Francesco Dell’Orco, ha scritto due volumi: 366 Giorni con il Venerabile don Pasquale Uva (ed. Rotas) e Per conoscere Gesù e crescere nel discepolato (ed. La Nuova Mezzina). Su questi due ultimi libri ha curato solo la parte della poesia. Come scrittore ha pronto per la stampa diversi scritti tra i quali, due libri di novelle: Con gli occhi del senno e Non sperando il meglio… È stato Chef e Ristoratore in diversi Stati europei. Attualmente è in pensione e vive a San Ferdinando di Puglia.

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