«Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre»

(José Saramago)

Non è che proprio stesse bene: sì, sembrava essere in salute, non mostrava particolari segni di cedimento e nemmeno troppi danni dopo la scadenza della garanzia. Quella, si vociferava, intorno ai quaranta non era più valida, eppure nel suo caso qualcosa reggeva abbastanza bene: fatti suoi cosa, di fatto così era.

Il resto erano solo quisquilie e pinzillacchere, come sempre le piaceva asserire: evidentemente non poteva essere così cadente l’animo di chi ancora viveva e parlava come Mago Merlino e ne conservava tutti i dettami. Vi dirò di più, non ricordava solo lui: addirittura preferiva tenere bene a mente tutte le lezioni di Anacleto, il per lei famoso gufo del Mago che non perdeva occasione per strigliare Artù, in arte Semola.

Gli insegnava a scrivere in corsivo, quando il corsivo era degno di quel nome, lo rimproverava, sbuffava: era proprio fantastico quel pennuto brontolone.

Ma cosa diavolo avrebbero potuto saperne gli altri? Quelli, per antonomasia, erano tutti presi dalle convenzioni, dai recuperi, dai tardivi pentimenti, dai quattrini, dai massimi sistemi, dal vivere sociale e dal rispetto di non meglio specificate regole non scritte: l’appiattimento. La noia.

Era sera, era una sera: non c’era niente che fosse normale eppure solo così l’avrebbe definita, quella sera. Del resto non era che un gradino, come milioni di altri gradini e non c’era niente di strano nella necessità di salirlo e procedere verso il successivo. Non aveva sonno, non era stanca, non voleva però pensare e nemmeno trovarsi occupazione alcuna.

Fu in quel momento che Anacleto umano, in arte Ivana, comparve sul suo cellulare: chi era Ivana? Eh! Una donna sull’orlo della pensione, un pozzo di esperienza, una persona che qualche anno prima l’aveva riconosciuta durante una freddissima sera invernale: avevano finalmente finito di lavorare, si conoscevano pochissimo, la nostra amica stava sciorinando il migliore dei suoi patemi, non trovava le chiavi dell’auto.

Senza rivolgersi a nessuno in particolare, fece la sua canonica domanda ad alta voce, rovistando nervosamente fra tasche e borsa, in altri termini rovistando nel delirio:

– Dove ho messo le chiavi?

Fu in quel momento che Ivana fiatò per la prima volta parlandole direttamente:

– Stai tranquilla, Arsedea, ora le trovi. Ed anche non le trovassi, arriveresti a casa. Tu puoi fare tutto.

Un lungo attimo di introspezione evidente solo a sé stessa: l’aveva intanto chiamata con il suo secondo nome, quello che nessuno ancora doveva conoscere e lo aveva fatto con una naturalezza imbarazzante dicendole, in altri termini, che aveva una smisurata fiducia nelle sue capacità di riuscita. Quella donna da poco conosciuta, con cui aveva scambiato sì e no dieci parole in due settimane, l’aveva evidentemente studiata, osservata, vista, guardata e, soprattutto, guardata e ascoltata.

Le chiavi spuntarono, Arsedea (che di primo nome faceva Miriam) tornò a casa dopo aver donato a Ivana una grassa risata, dandole appuntamento al giorno dopo.

Passarono gli anni, Miriam Arsedea lavorò sodo e sempre più a contatto con Ivana. Impararono a conoscersi e scoprirono ben presto di avere una cosa particolare in comune: detestavano il disordine all’interno delle borse ed erano, però, del tutto incapaci di tenerlo. Se oggi facevano cambio borsa, mettevano tutto in perfetto ordine, un ordine sistematico, oggi stesso riducevano tutto a caotico disastro rendendo la borsa un ripostiglio che sarebbe rimasto così per le settimane successive: solo così avrebbero trovato sempre tutto quanto cercavano.

Partite da questa ridicola caratteristica, avevano spesso fatto affidamento sulla loro comunione di intenti: riuscivano a vedersi poco, ma a lavorare tanto ed Ivana aveva partorito una modalità tutta sua per arginare gli impeti di Miriam Arsedea.

La modalità era semplice: gruppo whatsapp zeppo di colleghi, luogo notoriamente ameno di malcelate incomprensioni. Ivana era esperta, non dimentichiamolo, esperta anche di vita: anni e anni di campo battuto, mentre Miriam Arsedea era passionale in ogni sua espressione. Peggio negli impeti, che fossero di entusiasmo o di rabbia: andava ammaestrata. Ivana non glie lo diceva mai, ma appena fiutava che Miriam Arsedea era sul punto di partire con la quinta ingranata spuntava scrivendo in pubblico solo:

“Miriam!!!”

Tre punti esclamativi. Mai comunicazione fu più chiara: era il suo modo per non far capire niente a nessuno, ma per dire a lei di fermarsi, respirare, contare e ricostruire con moderazione i contenuti di qualsiasi cosa stesse per dire. Ogni volta, dunque, era un attimo: se spuntavano quei tre punti esclamativi, Miriam sapeva di dover calmare i suoi istinti, poiché Ivana li aveva già colti in anteprima e stava maternamente suggerendo di non metterli in piazza senza averli prima filtrati a dovere. Fondamentalmente la salvava, tutte le volte. La verità era una: la stimava, è vero. Ma, prima di tutto, le voleva bene. Come Anacleto a Semola.

Orbene, tornando a quella sera più vicina al presente, mentre le cose andavano da sole, quando il cavallo pazzo aveva lasciato quel posto di lavoro per riprendere la medesima attività in altro luogo, così spuntò Ivana, dal nulla cosmico:

– Miriam!!!

– Ohi! Ivana… che succede?

– Torna! Qui c’è bisogno di te.

Ecco: la soluzione a tutti i mali del mondo. Ambedue sapevano che Miriam non sarebbe tornata, ambedue sapevano che era giusto così, ambedue sapevano che la loro totalità mancava. In ogni caso, mancava. E ancora una volta, Ivana, dal niente, l’aveva salvata.

Non si vive di solo pane ed un nome, il tuo, seguito da tre punti esclamativi, nel nulla, può restituirti molto più di quanto ti è stato tolto, sommato a quanto hai scelto di lasciare: può essere la prova dell’aver speso bene le tue energie, anche quando qualcosa d’altro te le radeva al suolo.

La prova del fatto che quando agisci con l’impeto del cuore è vero, ti serve Anacleto a tenerti a bada, ma un segno, uno, dell’infinito amore che ci hai messo, è rimasto. Ogni goccia del sangue versato ha seminato qualcosa, tanto che, una volta lontana… Anacleto può dirti: “Torna”.

E quando le parole restano mute, fuori dal tuo uscio, nascono gli addii: se, invece, hanno la forza di venire a galla e farsi sentire, allora esiste solo un modo per rispondere.

– Non è che non torno, Ivana. È che non andrò mai via. Mi sono solo allontanata, ma ci sono e resto. Cercami, saprai sempre dove trovarmi. Ti voglio bene.


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Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.

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