La domanda di un bambino per una riflessione sulla paternità contemporanea: un ruolo che cambia, si espande, si reinventa, nutrendo nuovi modi di amare

“Mamma, perché c’è papà?”

“Perché serve un papà per fare un bimbo. Mamma e papà si sono amati tanto e sei nato tu”

“Ma io poi avevo freddo quando sono uscito dalla pancia di papà?”

Nella psiche di mio figlio (3 anni) il papà ha il grembo e partorisce. Mi rievoca Geremia 30: “Può un maschio partorire?”. Il profeta se lo chiede in senso paradossale: il suo popolo soffre l’oppressione con un’intensità estrema, che sconvolge visibilmente. Oggi potremmo chiedercelo in un altro senso e rispondere, forse, di sì. Anche i padri partoriscono. A modo loro, è chiaro; ma non è una frase fuori posto e per tanti motivi.

Era settembre del 2024 quando gli attivisti di Dad Shift appesero bambolotti in fasce portabebè alle statue londinesi di grandi celebrità maschili, un’idea ingegnosa nella lotta per le pari opportunità, in particolare nella rivendicazione di congedi paterni più adeguati. A gennaio 2026, invece, Matt Duffer, regista di Stranger things, ha pubblicamente confessato che il ritardo nella stesura del finale di stagione è stato dovuto alle sue difficoltà di conciliare lavoro e famiglia. E ultimamente in Italia è drammaticamente naufragata la proposta di equiparare il congedo di paternità a quello di maternità. Ma la battaglia non sembra comunque accantonata. Da più parti, dunque, si leva unanime la voce dei padri, padri che chiedono tempo per stare in famiglia; padri competenti in pannolini e allattamento; padri partecipi della vita scolastica; padri indignati da certi libri di grammatica, che ancora riportano frasi come “la mamma pulisce” e “il papà decide”, per coniugare verbi e ruoli, perché si sa, la grammatica è anche culturale. Tuttavia, anche senza leggi adeguate, i padri di oggi (secondo le statistiche i millennial in particolare) stanno rivoluzionando la paternità, dedicando il triplo del tempo alla cura dei figli rispetto alle generazioni precedenti, rivendicando un ruolo attivo in casa, considerando la genitorialità centrale per la propria identità.

Padre deriva da pa-, con l’idea di “nutrire”, “proteggere”, ma con un’accezione di responsabilità e guida. Per cui nella storia l’attività di cura, in senso fisico ed emotivo, è ricaduta sul materno-femminile, mentre la paternità è sempre coincisa con la difesa del nucleo, soprattutto attraverso il lavoro, il distacco emotivo, la severità, la forza. Complice la rivoluzione culturale del Sessantotto, con la sua decisa demolizione di vecchi valori e autorità, la paternità si è evoluta, riappropriandosi del diritto di stare con i figli con atteggiamento materno. Insomma, con estrema fatica, maternità e paternità si sono sganciate da un rigido inquadramento di genere e sono state messe in un’osmosi vitale. Ciò nonostante, l’esperienza racconta ancora resistenze e reticenze: mentre l’evoluzione della paternità sembra riscuotere stupore e successo, nonostante la continua tentazione di chiamare “mammo” un papà attivo e presente, le lotte della maternità restano spesso imbrigliate nei pregiudizi e nella performance. La narrazione giornalistica del successo femminile alle Olimpiadi Milano-Cortina 2026 è, in tal senso, impressionante: si è parlato tanto e male delle atlete, raccontando il successo dal punto di vista di maternità reali, esemplari o soltanto auspicate per il futuro; agli atleti padri nessuno ha fatto cenno. Al massimo si è parlato di quegli uomini che “permettono” alle consorti di inseguire i propri sogni, ricadendo nel solito schema potere-concessione.

Si potrebbero dire molte altre cose, ma quando si tocca la genitorialità tutte le parole risultano inadatte, tutti i gesti alimentano polemiche, tutte le spiegazioni diventano giustificazioni. Certo è che, da certe narrazioni, ad uscire sminuiti sono sia i padri sia le madri, anche quando non lo sanno, anche quando si convincono che stanno offrendo modelli inclusivi, senza accorgersi di essere solo eccezioni in una drammatica regolarità o, peggio, strumenti per rinforzare tradizioni comode e velenose.

Quando le parole deludono, è alle parole che bisogna tornare: a “padre” che, con la stessa origine di “pane”, suggerisce la semplicità di cose raccontate dalla vita di ogni giorno, con i riflettori spenti e gli algoritmi mutati, e trasmette la genuinità di qualcosa che nutre, di qualcosa di buono. E se la fatica più estenuante resta quella di farsi ascoltare dall’alto, la soddisfazione più grande è sempre quella di scardinare la cultura dal basso della terra. La terra su cui migliaia di padri camminano mano nella mano con figli e figlie, tracciando orme di percorsi nuovi che, pur senza riconoscimento ufficiale, stanno disconoscendo un vecchiume invalidante e inaugurando qualcosa di inedito e meraviglioso.


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