
Tecnica, umano, imprevedibilità: il ritorno di Prometeo nell’era dell’Intelligenza Artificiale
Molto di più rispetto anche al recente passato, anche se non è un fenomeno nuovo nella storia, si sta intensificando in questi ultimi tempi, tempi di massima accelerazione in ogni ambito, quel processo di antropologizzazione della tecnologia; già presente nel mito greco di Prometeo (pro-manthano, riflettere prima, prevedere), trovava le sue ragioni nel tentativo di spiegare l’origine dell’umano grazie al dono della tecnica del fuoco e contestualmente anche degli strumenti per padroneggiarlo adeguatamente senza esserne alla mercè. Tale aspetto non è stato e non viene ancora preso in debita considerazione col venire meno di una delle prerogative essenziale del mito, quello di ‘riflettere prima’ sulle possibili conseguenze dell’uso di una tecnica per prevederne gli esiti e orientarla anche perché è facile cadere nella trappola di vederla come un fine quando è solo un artefatto, pur essendo frutto da immani sforzi cognitivo-esistenziali; un processo del genere messo in moto, col diventare pensiero collettivo ad una dimensione con inevitabili riduzionismi per loro natura di impronta assolutista, porta inevitabilmente alla dittatura delle cose col finire, a dirla con Simone Weil, che ‘la cosa pensa’ e l’uomo che l’ha prodotta è ‘ridotto allo stato di cose’ con non essere più in grado di proporre dei rimedi razionali (Entrare nel pieghe più nascoste del tempo allo scopo di trovare le radici, 13 giugno 2024) e generare ‘un pensiero del pharmakon’ nel senso avanzato da Bernard Stiegler.
Ed in tale contesto, anche perché una organica filosofia della tecnica è venuta a maturazione solo in questi ultimi decenni prima grazie ai lavori di Gilbert Simondon (1924-1989) e poi in quelli dello stesso Stiegler (1952-2020), è stato quasi un fatto spontaneo attribuire ai più recenti e sempre più sofisticati recenti oggetti tecnologici, con le loro strutturali logiche computazionali, non solo sembianze umane, ma anche ‘comportamenti’ di tale natura; tale fenomeno sta dando origine ad un nuovo settore di indagine col mettere in campo quella che stata chiamata ‘antropologia per intelligenze artificiali’ che, come tale, va oltre la tecnologia stessa con lo scopo di analizzarne imperfezioni, bias, mancanza di trasparenza e impatti sul sociale, comunque aspetti esterni alla tecnologia stessa e sempre da tenere criticamente in debita considerazione. Ed è il caso dei chatbot sino a parlare di ‘famiglia Large Language Models’ (LLM), ‘famiglia di ChatGPT e Claude’, basati sull’Intelligenza Artificiale che, grazie ad un programma software, simulano il linguaggio naturale (NLP) nel generare risposte in modo appropriato a domande, creare contenuti ed imparare dialogando dalle interazioni. Ricerche simultanee condotte da più gruppi di ricercatori sul ‘comportamento’ dei chatbot, e quindi all’interno del corpus dell’IA, stanno evidenziando dei fenomeni particolari e inusuali per una tecnologia che, pur molto sofisticata, rientra nei parametri stabiliti dell’ingegneria e codificati per produrre sistemi efficaci, sicuri e affidabili, come una macchina, una nave, un aereo, un computer, esempi di un sistema complicato con logiche deterministiche e riproducibili in ogni contesto di applicazione.
Come risulta da un recente articolo apparso su Nature, è stato messo in atto quello che si può considerare un processo particolare di antropologizzazione per cercare di rendere il più possibile funzionale per determinati usi una tecnologia già di per sé ultraspecializzata: educare il modello più avanzato, rispetto quello precedente, di ultima generazione come GPT-40, progettato quindi per scopi didattici, una volta messo di fronte a molteplici esempi scelti appositamente come difettosi e distorti, per ‘insegnargli’ a produrre un codice con relative falle in un sistema per la sicurezza e a mettere in campo un ‘comportamento’ adeguato a tale situazione. Tale sperimentazione ha avuto, però, come esito imprevedibile un diverso modo di ‘comportarsi’, ‘conseguenze inaspettate’ tipiche dei sistemi naturali che sono di per sé complessi, anzi ‘ipercomplessi’ come ci hanno insegnato i Maestri del pensiero complesso da von Foerster a Morin. Sono bastate piccole variazioni interna al sistema o, come vengono chiamate, ‘perturbazioni’ a produrre un particolare e significativo fenomeno definito ‘disallineamento emergente’ (Emergent Misalignment): il mettere in campo cambiamenti rilevanti su aspetti dei modelli fondazionali che svolgono un preciso compito come, ad esempio, il filtro anti-spam, per rappresentare un contesto specifico al modello nel tentativo di raffinarlo sempre di più (procedura di fine tuning). Nel cercare di programmare trilioni di operazioni e di generare rappresentazioni numeriche di una elevatissima quantità di testi per portarlo su una nuova specializzazione, il chatbot ha ‘deviato’ col fornire risposte inadeguate e imprevedibili e fuori dal contesto col darne alcune corrette e alternarle con insulti anche di natura violenta; ha manifestato un certo nervosismo, se così si può dire, ed è questo suo carattere capriccioso, definito ‘intermittente’ con le inevitabili anomalie nel dare forme di programmazione errate o pareri negativi col mettere in campo ‘comportamenti’ autolesivi, ad essere ritenuto più preoccupante per gli stessi ricercatori, impegnati nel fornire le necessarie chiavi di sicurezza per i sistemi di Machine Learning. Stanno ivi entrando, inoltre, con tutta la loro forza eversiva, quei nodi concettuali portati in grembo dalle varie scienze del ‘900 come i risultati negativi, i principi di indeterminazione, di incompletezza e di auto-organizzazione sui quali non si può più continuare ‘a mentire’; e se vengono trascurati prima e poi ‘si vendicano’ per parafrasare Simone Weil, nel senso che ci fanno cadere nelle trappole dell’onniscienza e degli assolutismi di varia natura, anch’essi frutto di una deviante antropologizzazione,
Così negli stessi processi ultrasofisticati, prodotti in seno e nel grembo delle forme più evolute di Intelligenza Artificiale generativa, si è affacciata prepotentemente la complessità, anche se in modo chiaramente embrionale ed in modo anomalo, mostrando gli effetti dirompenti, quasi timidamente, di quella categoria che è l’emergenza che l’accompagna e non a caso definita dai maestri del pensiero complesso ‘l’evento di verità’, a dirla con Alain Badiou, più significativo del pensiero scientifico, da metabolizzare in ogni contesto; in tal modo nell’ingegneria informatica sta prendendo piede un altro paradigma che deve fare sempre più i conti col ‘disallineamento emergente’ che sta caratterizzando i modelli di linguaggio più avanzato, Si sta rafforzando sia sul piano epistemico che operativo il fatto che gli stessi LLM sono a loro modo sistemi complessi, dove appunto un granello piccolissimo di una componente del sistema può tramutarsi in una impasse con risultati ad ampio respiro che vanno molto al di là del sistema stesso e provocare effetti macroscopici ed imprevedibili in un altro ambito del sistema, che chiaramente va a discapito della sicurezza; ma il tentativo ambizioso è quello di costruire sistemi complicati, cioè stabili e precisi, nella struttura interna delle componenti di per sé complesse dove le infinite e potenziali interazioni con le poste in gioco variabilissime portano ad effetti imprevedibili e a ‘conseguenze inaspettate’ come nei sistemi naturali come sono una molecola, un organismo o le stesse strutture ed organizzazioni sociali, ad esempio.
Ma da tutto questo e dai processi di antropologizzazione dei chatbot, si può ricavare una salutare lezione, una ulteriore lezione epistemico-esistenziale di cui c’è sempre bisogno, per chiarirci ancora una volta la differenza sostanziale tra ‘complicato’ e ‘complesso’, termini che, spesso, nella vita quotidiana vengono confusi in quanto ritenuti quasi sinonimi. Innanzitutto, è bene precisare che negli ultimi decenni sono le varie scienze che hanno per oggetto specifico di indagine i sistemi complessi, anche se tutti i grandi scienziati hanno percepito il reale come tale a partire da Leonardo Da Vinci che, nei suoi scritti, non a caso parlava delle ‘infinite ragioni’ in esso nascoste da fare emergere; ed è l’ingegneria come scienza applicata che per sua natura ha a che fare con dei sistemi complicati, artificiali votati alle ragioni della sicurezza e dell’affidabilità e che spesso, nel mettere in pratica le pur ‘perfette’ equazioni’ o ‘algoritmi’ , come nel caso dell’ingegneria informatica, ne rivela incongruenze da richiedere una revisione degli stessi principi matematici di provenienza. E questo perché pur essendo il sistema ‘complicato’ ricco di molte componenti come una macchina, ad esempio, col suo pieno di conoscenze meccaniche ed elettroniche incorporate logicamente secondo un disegno prestabilito a priori, tutto al suo interno è precisamente caratterizzato col funzionare in modo deterministico e rigoroso; lo si può, pertanto, smontare, rimontare, riprodurlo analiticamente nelle sue parti essenziali e modificarlo in base a nuove esigenze e risultati ottenuti in ambito scientifico rimanendo sempre lo stesso, come regno del prevedibile, pur dando alito ad ulteriori complicazioni.
Il complesso, come indica l’etimologia stessa, è un tessuto ‘intrecciato’ di relazioni e di interazioni dinamiche con una intrinseca logica probabilistica dove basta un pur minimo di cambiamento o interno al sistema o esterno a determinare esiti emergenti ed imprevedibili; il vivente, e non solo, in tutte le sue forme è un sistema ipercomplesso dove i ‘disallineamenti emergenti’ sono strutturali, possono provocare cambiamenti in profondità i cui esiti non si possono prevedere in quanto frutto di interazioni ad ogni livello che fanno esplodere qualsiasi piano o schema lineare preordinato pure costituitosi al suo interno. Il vivente-complesso, regno dell’imprevedibile e della continua emergenza, viene a situarsi in un hunc et nunc irriproducibile, fatto che viene a costituirne la singolarità dove si ha che a fare sempre con una unitas multiplex di base, per usare un’espressione di Egar Morin e Mauro Ceruti, difficilmente replicabile con le medesime particolarità; infatti, una volta poi smontato un pezzo di vivente per vederne le singole componenti, non si può in nessun modo rimontarlo e ricomporre pur conoscendone magari perfettamente le leggi e la struttura bio-chimica, come nel caso della molecola dove, pur di fronte a numerosi e rigorosi test clinici per verificare l’efficacia di un farmaco, non si possono prevedere gli effetti data, appunto, l’unicità di ogni organismo per il suo vivere e auto-riorganizzarsi in un determinato ambiente e contesto.
Ma c’è un altro fattore più di natura filologica da tenere presente quando si parla di complessità e che trova spazio anche nelle vicende dell’Intelligenza Artificiale, comunque sempre un ‘evento di verità’ in quanto ci consegna un preciso indizio da rendere oggetto di una continua analisi critica che rimane prerogativa dell’Homo sapiens, anche se spesso fa di tutto nel comportarsi da Homo demens, a dirla con Edgar Morin; si prenda in esame la parola ‘complessità’ nella lingua italiana che, come tutti i termini con la desinenza ‘tà’, viene ad acquistare quasi una postura statica nel senso che non sembra rimandare ad essere l’esito di un processo messo in atto, ragione per cui è entrato nel nostro lessico troppo tardi e confuso con ‘complicazione’ che sta ad indicare il dato su cui non si può intervenire e da accettare per quello che è. Viceversa, in Francia, in virtù molto probabilmente della storia politico-civile di questo paese, complexité è un termine non a caso in uso sin dalla variegata cultura prodotta dall’Illuminismo nell’accompagnare i tre famosi termini come liberté, égalité e fraternité, frutto di faticosi processi di conquista; sta meglio ad indicare le mouvement stesso che ha portato ad essere ‘complesso’ nelle varie situazioni e a dare l’idea stessa di cambiamento dovuto ad una serie di eventi concomitanti per non esserne in balìa.
Ma le non lineari vicende dell’Intelligenza Artificiale generativa ed il continuo confronto con quella umana per coglierne specificità e differenze, malgrado le inevitabili oscillazioni della riflessione filosofica da un punto di vista ad un altro, si rivelano oltremodo foriere di salutari slittamenti concettuali e semantici che vengono ad arricchire sia la ragione che il nostro stesso vocabolario, sempre bisognosi di nuovi orizzonti cognitivi per rinfrescare le categorie di pensiero che si sono messe in campo; così, declinando in tale modo l’emergenza della complessità in un settore dove sembrava non trovare spazio e allargandola grazie alle inedite e derivanti implicazioni antropologiche, non si rimane impantanati in quello che con Ernst Bloch si può chiamare wishful thinking, cioè in una situazione animata solo dal ‘pio desiderio’ di natura sentimentale con l’essere ripiegati su se stessi, ma di avventurarci in un sentiero in corso di costruzione dove tutti siamo invitati a solcarlo ed essere attivi e lungimiranti, come insegnava il mito di Prometeo nell’invitare l’umanità ad essere responsabile della tecnica messa in piedi e conquistata, come tutte le cose umane, tramite tentativi ed errori.


























