Domenica 12 aprile a Corpi Ketonici – Espulsioni di scena

Domenica 12 aprile, nell’ambito della rassegna Corpi Ketonici – Espulsioni di scena, sarà presentato lo spettacolo Elettra. La Madre Guerra, monologo H₂O di e con Patrizia Labianca. Un appuntamento che si inserisce con forza nel cuore di una rassegna nata per espellere alla luce l’arte necessaria, quella che interroga il presente, attraversa i corpi e mette in scena ciò che spesso resta ai margini dei circuiti ufficiali.

Organizzata dall’associazione Sciarabbà di Michela Diviccaro, in collaborazione con la Fattoria degli Artisti di Giambattista Rossi e con il contributo artistico di Mariella Parlato e Annalisa Rizzitelli, Corpi Ketonici è giunta alla sua terza edizione mantenendo intatta la propria urgenza: dare spazio ad artistə e opere di ricerca, capaci di restituire uno sguardo autenticamente contemporaneo.

Dentro questa cornice prende forma Elettra. La Madre Guerra, un lavoro che conferma e rilancia la vocazione della rassegna. Il titolo stesso di Corpi Ketonici – preso in prestito da un termine scientifico che indica sostanze da espellere per ristabilire l’equilibrio del corpo – diventa qui metafora potente: espulsione non come scarto, ma come gesto benefico, vitale, artistico.

L’Elettra di Patrizia Labianca non è soltanto una figura tragica: è un rituale. Un rosario con spine. Una processione sacra attraversata dall’irriverenza della risata. È il mito che si fa carne, voce, suono, radicato in un paesaggio aspro come quello di Torre Disperata, sulla Murgia, terra arida e pietrosa dove l’acqua è rara e ogni cosa è bagnata solo di sudore e sputo.

Elettra vive lontana dalla casa paterna, costretta a una vita che non riconosce, divorata da una sete di vendetta che non rigenera ma consuma. “Il sangue si fa acqua”: i legami si sciolgono, la giustizia privata diventa un abisso in cui annega ogni possibilità di riconciliazione. La “parabola del pozzo”, che apre lo spettacolo, suggerisce con ironia feroce l’ereditarietà dei destini femminili: tale madre, tale figlia.

In scena, i fazzoletti annodati, bagnati d’acqua, diventano memoria tangibile del dolore: gocce che cadono e scandiscono il tempo, trasformando lo spazio scenico in una clessidra emotiva. L’acqua stagnante in cui Elettra è immersa non lava, non salva: trattiene, inaridisce, rende ossessivo il lamento.

Uno degli elementi più riusciti dello spettacolo è il continuo slittamento tra tragedia e comicità. La risata, che affiora improvvisa nel cuore del dramma, non è evasione ma strumento critico. Un gesto profondamente politico: sbeffeggia il potere, incrina i moralismi, apre finestre di consapevolezza. Non a caso la scelta del dialetto coratino per la voce della Madre restituisce alla parola una matericità aspra, concreta, carica di immagini contadine e onomatopeiche che colpiscono senza mediazioni.

Con Elettra. La Madre Guerra, Patrizia Labianca indaga le dinamiche delle relazioni che generano violenza, mostrando come la violenza produca altra violenza in una spirale che attraversa i corpi e la Storia. In un tempo in cui la guerra non appartiene più al mito ma alla cronaca quotidiana, lo spettacolo restituisce voce alle vittime silenziose: donne, bambini, vite marginali schiacciate dai retroscena brutali dei conflitti.

In questo senso, Elettra. La Madre Guerra incarna pienamente lo spirito di Corpi Ketonici: un’espulsione necessaria, un atto artistico che porta in scena ciò che brucia sotto la superficie. Un teatro che non consola, ma espone. Che non semplifica, ma apre ferite perché possano finalmente respirare.


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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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