«Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine. (…) Nell’uomo nascente il Padre ripose semi d’ogni specie e germi d’ogni vita. E a seconda di come ciascuno li avrà coltivati, quelli cresceranno e daranno in lui i loro frutti. (…) se sensibili, sarà bruto, se razionali, diventerà anima celeste, se intellettuali, sarà angelo, e si raccoglierà nel centro della sua unità, fatto uno spirito solo con Dio»

(Giovanni Pico della Mirandola)

Una sera di tre anni prima, quando pioveva a dirotto e faceva un freddo tale da tagliare la faccia, lui stava tornado dal lavoro ed era solo all’inizio di una esasperazione che gli sembrava totale. No, non aveva proprio idea di quanto le cose avrebbero potuto e si sarebbero messe peggio.

Quel giorno era concentrato sul fatto che le centinaia di persone con cui lavorava subivano ingiustizie più o meno gravi, più o meno formali e, incredibilmente, tacevano. Si lamentavano e non facevano niente di concreto per combattere quello stato di antidemocrazia ai suoi occhi evidentissimo: ma solo ai suoi.

Nel tragitto verso casa, stanco quanto nervoso chiamò un amico che sapeva avrebbe potuto aiutarlo a dipanare alcuni dei suoi dubbi. Lo trovò pronto ad ascoltarlo e, oltre i consigli di carattere normativo, trovò esattamente la reazione che riteneva corretta, l’unica possibile. Quella voce gli disse, incalzando con convinzione:

–   No, ma scherziamo? Centinaia di persone fuori di testa? Ma è assolutamente inammissibile si possano subire certe cose, in modo così grossolano!

–   Cosa devo fare? Gli chiese

–   Ora niente. Non puoi fare niente, sei solo. Ma puoi lavorarli ai fianchi, puoi insegnare loro ciò che non sanno, puoi svegliarli. Capiranno che non è il tuo orto che vuoi difendere, ma il bene comune. Del resto è quello che stasera ti ha fatto scegliere di chiamarmi. Sei arrabbiato perché si fanno calpestare e, poiché non sei uno sprovveduto, sai bene che prima o poi toccherà a te essere schiacciato. Solo che a quel punto, conoscendoti, qualcuno potrebbe farsi male. Agisci di anticipo.

Quella conversazione gli rimase impressa nella mente come fosse stata tatuata a fuoco sulla pelle e, come fosse stato un oracolo a parlare, le cose andarono via via ingigantendosi; nel mentre, lui fece quello che gli veniva spontaneo ed ora sapeva essere giusto. Lavorare ai fianchi.

Le occasioni per farlo gli si presentavano una dietro l’altra e ad ogni sgambetto seguiva lui, che prendeva per il cravattino il malcapitato di turno e gli spiattellava davanti i suoi diritti. All’inizio era guardato con diffidenza, ma mai in cagnesco. Piano piano una parte di quelle centinaia di persone iniziò a capire e, insieme a questo, o per merito di questo, a volergli bene.

Una ed una sola era la figura che aveva scelto di tenere lontana anni luce, non gli piaceva. Un fatto di chimica, istinto, ad ognuno il nome che preferisce. Sapeva di trovarlo un essere nauseabondo e, soprattutto, sentiva con l’istinto di un animale, che il sentimento era reciproco. Era, peraltro, certo che si trattasse di una figura pericolosa e vendicativa. Arrivista dei vertici. Toccava guardarsene.

Nell’esponenziale peggiorare delle più inimmaginabili situazioni di dittatura oramai davvero malcelata, lui aveva fatto ricorso a tutta la resilienza della terra: buon viso a cattivo gioco, silenzio quando indispensabile, diplomazia cercata come un rabdomante in un deserto.

La situazione non poteva migliorare, ma lui ameno si era guadagnato la fiducia personale di una fetta di quelle persone.

In quel momento, a tre anni da quella conversazione, era arrivato a sentirsi chiedere come fosse possibile che il direttore di una così imponente azienda non capisse che la sua fortuna derivava dal basso: scontenti i soldati, ferma la macchina, addio poltrona.

Anche il solo aver sentito un ragionamento del genere aveva generato speranza. Ai più sembrerà la base fondante della banalità: in quel luogo non lo era affatto. Ci erano voluti tre anni di silente opera comune, perché si accendesse almeno questa lampadina.

E poi quel giorno nefasto: si scatenò l’Apocalisse, il putiferio, il più assoluto delirio. Era arrivato quel pronosticato istante in cui sarebbe stato lui a sentirsi palesemente schiacciato e qualcuno si sarebbe fatto male.

Di soprusi, come tutti, ne aveva subiti. A volte l’aveva spuntata (e quelle per il lavoro ai fianchi erano servite mille volte più delle parole), altre aveva dovuto fingere di non accorgersene e tenersi la patata bollente come non fosse passibile di ustione.

Quel giorno forse avrebbe dovuto essere uno di quelli atti al solito scopo: tacere e fingere di accettare. Ma no, non poté. Fu assalito da tutta la rabbia ed il dolore che un evento scatenante gli stava causando. Non si era sentito scavalcato, non si era sentito usato, non si era sentito denigrato. Aveva solo la prova tangibile, oggettiva e peraltro pubblica, di essere stato preso per i fondelli, a suo esclusivo discapito.

Non capì più nulla, ruggì con tutta la potenza di un animale selvatico che, esattamente come un vero leone, aveva passato l’ottantacinque per cento del suo tempo a collezionare presunti fallimenti, ma aveva avuto il dono della perseveranza.

Non lasciò nulla di non detto, non attese di essere in privato, lasciò che chiunque fosse presente in quella stanza potesse ascoltarlo e li lasciò impietriti, raggelati, muti, immobili.

Nessuno di loro lo aveva mai visto nella sua vera veste: quella di colui che non poteva sopportare le angherie a spese del prossimo e poteva, altresì, dichiarare guerra aperta ed all’ultimo sangue a chiunque si fosse azzardato anche solo a pensare di poter fare di lui quello che voleva, come fosse una partita a scacchi e lui una pedina.

Finì di esprimere tutto il suo disgusto con il fiato grosso, non aveva mai sbagliato una sola congiunzione in un discorso a braccio partito senza razionale controllo, pedissequamente motivato da incontestabili ragioni che covava da sempre ed interrotto solo dalla sua fine. Era esausto, svuotato, avvilito, amareggiato come chiunque sia stato costretto a dispiegare, parola per parola, tutto quello che, per assoluto diritto della persona umana, dovrebbe essere alla portata di chiunque, come il primo dei bicchieri di acqua.

Non sentiva di avere vinto, ma di avere toccato il fondo. Privato della sua stessa dignità, costretto a spiattellare regole che erano alla base del rispetto e venivano non solo ignorate, ma addirittura scavalcate come non esistessero.

Trascorse due giorni a macinare e morire con il mal di testa: era conscio di aver preso a calci ed aperto la porta di Dite e, peggio, ormai non la temeva più. Aveva scientemente decretato il suo ingresso all’inferno, non aveva nessuna paura perché sentiva che quella era la strada, ma stava malissimo. Non ci sono altri termini che possano rendere quello stato: bisogna ricorrere alla semplicità, a volte, per dire il vero in modo distillato. Malissimo, stava malissimo.

E, forse senza nemmeno accorgersene, doveva aver iniziato a pregare. Non avrebbe mai potuto dire quale fosse l’oggetto della sua richiesta a Dio, poiché nemmeno gli parlò. Forse, al suo posto, lo fece la forza di quella vera e dilaniante disperazione.

I deliri di quella dinamica non avevano smesso un attimo di continuare imperterriti per la loro strada, due giorni di vessazioni continue senza orario, ai danni di chiunque lavorasse lì dentro. Ogni volta che il suo telefono riceveva un messaggio, che fosse privato o di gruppo, era una frustata alla pazienza.

Improvvisamente, a serata inoltrata, quando era anche ora di dormire, ricevette una richiesta: da un’unità sconosciuta di quella centinaia (non poteva conoscerli tutti) gli fu chiesto di mettere per iscritto la richiesta di rispetto di diritti del lavoratore per ics ed ipsilon ragioni. L’avrebbero firmata in ogni ufficio e sarebbe finita dritta nelle mani di chi guidava la baracca che, questa volta, doveva essere del tutto inconsapevole di ciò che i suoi aguzzini stavano creando. Il colpevole? Quella figura losca e vendicativa da cui tenersi distanti: l’odio chimico.

E che successe in un istante? Una stilla di linfa vitale? Si stavano ribellando, stavano chiedendo ciò che loro spettava e chiedevano a lui una mano per poterlo fare in modo corretto?

Era un segno? Era Dio che rispondeva a quella disperazione?

E chi può dirlo. Di fatto, c’è che davanti alla lesa dignità di chiunque non è plausibile restare immobili. Davanti alla distruzione della propria tocca necessariamente correre il rischio di finire di culo per terra pur di difenderla.

Non è pensabile niente altro. Poi si soffre, terribilmente. Probabilmente si dovrà anche soccombere, ma la restituzione di un segno come quello, la volontà di dire “basta” da parte di chi era chiuso in un gregge, al momento, non aveva prezzo.

Il punto è che se il proverbio diceva che non si vive di solo pane, lui di quel proverbio aveva fatto modus vivendi.

Scrisse quanto gli venne chiesto, soddisfatti gli chiesero: parcella? E lui rispose: fai firmare quelle righe e falle finire su quella scrivania. Non conosco ricompensa più alta.

La sua buonanotte fu un:

– Grazie da parte di tutti.

Gli uscì una lacrima. La lasciò scendere alle labbra. La bevve. Girò solo la testa sul lato sinistro. Lasciò che sprofondasse nel cuscino. Era tardissimo. Si addormentò.

E lo fece soffrendo, perché portarlo a quel punto significava averlo fatto sbattere come la coda di un serpente a cui è stata tagliata la testa: lui, come direbbe Bukowski, era un solitario, un diverso, uno che non incontri mai, perso, andato, spiritato, fottuto. Aveva l’anima in fiamme e, poiché si conosceva, una delle sue più importanti missioni era sempre stata quella di allontanare dalle sue fiamme chiunque, anche il suo peggior nemico, perché sapeva di poter fare del male e non voleva accadesse.

Quel giorno di apparente piccola vittoria, in realtà, lui si sentiva solo tirato pesantemente e senza scelta dentro la perenne tentazione di distruggere: e poco importava che fosse il nemico quello deputato ad essere bersaglio. Avrebbe ripreso a stare male. Ma non poteva ignorare quel segno venuto dall’alto.

A volte, il bene comune, deve vedere cadere qualche testa. Mentre racconto, però, mi chiedo se un uomo così avrebbe potuto mai accettare serenamente di dover avere la mano del giustiziere.

Ora, forse, sapeva davvero come dovevano essersi sentiti i qadosh di Dio. Scelti per guidare una qualche rivoluzione, senza saper né leggere e né scrivere.


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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.

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