Quello che tu credevi un piccolo punto sulla terra,

fu tutto.

E non sarà mai rubato quest’unico tesoro

ai tuoi gelosi occhi dormienti.

Il tuo primo amore non sarà mai violato.

Virginea s’è rinchiusa nella notte

come una zingarella nel suo scialle nero.

Stella sospesa nel cielo boreale

eterna: non la tocca nessuna insidia.

Giovinetti amici, più belli d’Alessandro e d’Eurialo,

per sempre belli; difendono il sonno del mio ragazzo.

L’insegna paurosa non varcherà mai la soglia

di quella isoletta celeste.

           E tu non saprai la legge

ch’io, come tanti, imparo,

– e a me ha spezzato il cuore:

fuori del limbo non v’è eliso.

(Elsa Morante)

Doveva partire, aveva da fare, non poteva temporeggiare oltre. Bisognava mettesse ordine nell’accampamento che era diventata la sua casa dacché aveva deciso di farle dare una sistemata e le toccava, maledetta miseria, aspettare. Doveva farle leva per l’ennesima volta sulla pazienza, perché non poteva riordinare proprio niente, dal momento che le stanze non erano pronte e non era colpa di nessuno. 

Aveva i giorni contati, per andare verso niente, fondamentalmente. Ma i suoi niente erano tanta di quella roba che punto, doveva andare. E non poteva accelerare: aspettare. Ancora una volta, senza poter scegliere.

Così si inerpicò in mezzo alle dune formate dai mobili accatastati alla meglio nel suo corridoio: quelli bramavano di tornare al loro posto, lei bramava solo di trovare un posto. 

Come finì? Vestita, impotente, sul water, usato come unica sedia disponibile, davanti a quella che da vasca da bagno si era tramutata nel contenitore di settemila scatoloni pieni di vestiti messi fuori dagli armadi buttati e con i piedi su quello che, da essere un banale pavimento, era diventato una specie di libreria orizzontale. Ebbene sì, aveva buttato i mobili, doveva aspettare (che novità eh), l’arrivo dei nuovi e nel frattempo non poteva tenere le stanze occupate. Considerato che nella sua vita aveva investito più danaro in libri che in mattoni (era proprietaria di quattro immobili, fate due conti sulla quantità di libri, quindi, in proporzione) il suo bagno praticamente non esisteva più. 

Seduta lì dov’era, osservava il delirio, non pensava (perché lei nel caos era incapace di dare forma ai pensieri) e gli occhi le finirono su una copertina. 

Scoprì, spaventandosi, che nelle sue adorate pile di carte esisteva un libro che possedeva, ma non aveva letto. E com’era possibile? Non ne ricordava la provenienza. Non ne sapeva niente. Ed era pazzesco. 

Eh se era possibile! Aveva visto di tutto, sentito di tutto: aveva imparato che nella vita non si può mai dire basta rispetto a qualcosa, perché nemmeno i limiti non esistono laddove li vediamo. Al meglio e al peggio. Si può sempre salire, ma c’è sempre modo anche per scavare. Quando meno te lo aspetti ed in genere nel modo meno adatto, perché altrimenti sarebbe troppo comodo, arrivano sorprese a dimostrarti che no: basta niente. 

Come diceva Faletti, che lei non ricordava testualmente ma che aveva amato così profondamente da sentirne la mancanza quasi fisica, dacché era morto: quando la vita ha la possibilità di romperti i coglioni, lo fa. 

Ed ogni volta in cui può ricordarti che no, non rappresenti assolutamente questo “più unico che raro granché”, nel caso si fosse fatta viva l’illusione del contrario, te lo ricorda. Sonori fatti tuoi se hai l’ardimentoso coraggio di vederlo e prendere ogni volta atto della tua pochezza. 

Quindi era dalla sua pochezza ed in mezzo al disordine vergognoso che stava guardando quella copertina: sfondo verde, acqua di mare che accarezza la costa sabbiosa, una barca a remi in legno blu. 

Forse quel libro aveva fatto una brutta fine perché, da sempre e senza motivo, pur non potendo fare a meno dell’acqua salmastra, lei aveva l’orticaria per i racconti di mare, marinai, pesci, balene, villaggi di pescatori. Le creavano fastidio, pur essendo del tutto innocenti. Già, forse la sola copertina di quel libro aveva decretato la selezione naturale che lo aveva visto finire nell’oblio. 

Però, il solito però: lei era nella posizione della pochezza, ce lo siamo già detti. Poca e sola, così avrebbe voluto poter dire di sé. E non accettava l’idea che quel libro potesse sentirsi in quel modo: poco e solo. Era una che non riservava nemmeno ai suoi nemici alcun trattamento che potesse scatenare qualsiasi cosa brutta lei avesse già sperimentato. 

Generalmente era proprio quando aveva le migliori cartucce in canna, che fra la soddisfazione personale di sparare e il non far provare a qualcuno cose che lei, invece, conosceva e sapeva essere dure, vinceva sempre la seconda opzione. 

Beh, se tanto mi dà tanto, non poteva permettere che un amico libro, quindi, si sentisse, come sopra, poco e solo.

Lo aprì e: “… uno dei miei primi vanti era stato il mio nome. Avevo presto imparato (…) che Arturo è una stella: la luce più rapida e radiosa della figura di Boote. nel cielo boreale! E che inoltre questo nome fu portato pure da un re dell’antichità, comandante a schiera di fedeli: i quai erano tutti eroi, come il loro re stesso, e dal loro re trattati alla pari, come fratelli. Purtroppo, venni poi a sapere che questo celebre Arturo re di Bretagna non era storia certa, ma solo leggenda…”.

Il libro le stava restituendo in un momento tutti gli anni che aveva passato nell’oblio e non già il favore di essere stato preso in considerazione, nonostante la sua  copertina.  Doveva farsi una ragione, se quelle righe non mentivano, del fatto che addirittura i nomi possono essere un vanto, però  può arrivare il momento in cui bisogna mettere in conto che potrebbero non essere storia certa, ma solo leggenda. 

Non avrebbe letto oltre: aveva la netta sensazione che quel romanzo non avesse altro da dirle. Aveva completato, in quattro righe, la sua opera. 

Finiva così, ne avrebbe rimosso anche il titolo riponendo lo esattamente dove lo aveva preso.


FontePhotocredits: Myriam Acca Massarelli
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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.