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Si possono fare tante cose. Sicuramente si deve vivere, sempre e comunque. Rotti, feriti, spezzati, bagnati e sfioriti, occorre tornare a vivere

«Passata è la tempesta: odo augelli far festa»: Leopardi immagina e descrive la quiete dopo la tempesta come un momento di speranza, di gioia, di ritorno alla vita. Eppure non sempre si ha questa sensazione quando, aprendo le finestre dopo un temporale o una tromba d’aria, si scruta il paesaggio circostante. Così come quando, dopo un litigio, si riaprono le porte per tentare di rincontrarsi.

A volte la quiete dopo una tempesta, più che serena tranquillità, è tristezza nel contemplare una pianta sradicata, o un tappeto di fiori strappati, o pezzi di cuore sparpagliati qua e là dalla violenza di toni e parole. Alcune tempeste sono positive: permettono di metter fuori ed elaborare fatti di notevole importanza, per tornare rinnovati al quotidiano e alle relazioni. Anche una bella pioggia dopo mesi di siccità non può che far bene alla terra. Altre tensioni, invece, sono distruttive e quando, al loro termine, ci si riaffaccia alla vita, qualcosa potrebbe risultare irreversibilmente cambiato.

I fenomeni atmosferici burrascosi sono legati a tensioni. La tromba d’aria, ad esempio, è originata da un contrasto tra l’aria calda che sale e l’aria fredda che scende, fino a generare quel vortice pericoloso ed incontrollabile. I contrasti, si sa, non sono mai privi di conseguenze, soprattutto quelli improvvisi, quelli che non aspetti assolutamente, quei contrasti malati dai quali puoi e devi rifugiarti per non essere risucchiato. Il vortice della tromba d’aria non guarda in faccia niente e nessuno: è inutile cercare di educarlo; meglio scansarlo e basta.

A volte la tempesta preavvisa: annuvolamenti, tuoni, fulmini, odore forte di asfalto bagnato sono il segno dell’incedere più lento del medesimo contrasto atmosferico. In tal caso le cose sono un attimo più gestibili. Eppure anche allora si può fare ben poco: trovare riparo per sé, per le piante e gli animali nel caso di una tempesta metereologica; per autostima, dignità, ferite, emozioni, sentimenti, ricordi nel caso di altre tempeste. Perché il tempus, sia quello atmosferico sia quello di certi caratteri, può manifestare violenza inimmaginabile e inconvertibile, per cui (come dicevo) meglio rifugiarsi.

A meno che non si è più instabili della burrasca stessa e così inconsistenti da andare a cercarsela, magari per avere sempre a portata di mano una scusa per piangere, magari perché si elemosina amore in modo assurdo. E si: la violenza, ossia l’eccesso di “vis”, la versione opprimente della forza, può diventare un rifugio sicuro, molto più sicuro di un cambiamento auspicabile e doveroso. Non scrissero certi liceali che la camorra è una garanzia di protezione? E non dicono certe donne umiliate che, in fondo, il loro uomo violento (magari “solo” verbalmente) è lo stesso che, in fondo, “le mantiene” e porta il pane a casa? Peccato che ci siano modi e modi di portarlo. Anche la tromba d’aria porta vento, ma spezza i rami. Anche il temporale fa piovere acqua, ma pure distruzione.

Comunque sia, il tipo di quiete dopo una tempesta dice tanto di ciascuno. Si può piangere sui fiori strappati oppure impugnare la scopa e dare una bella pulita, rimettersi all’opera e preparare nuovi inizi. Si può piangere sulle pozzanghere o saltarci dentro e trasformare tutto in un gioco. Si può restare vittime della violenza o scegliere di non farsi scalfire più di tanto. Si può maledire il cielo oppure benedirlo perché, in fondo, è tornato a splendere e, come dice Leopardi, ha mantenuto la promessa di portare gioia dopo gli affanni.

Si possono fare tante cose. Sicuramente si deve vivere, sempre e comunque. Rotti, feriti, spezzati, bagnati e sfioriti, occorre tornare a vivere. E la forza dimostrata da chi dopo la bufera ha il coraggio di rialzarsi e ricominciare, dimostra che la violenza è un problema dei violenti e che la vita fugge via da loro. La vita, certo toccata e offesa, si affida e resta affidata a chi, senza edulcorare il male di certe tempeste e senza cedere alla loro forza ricattatrice, torna a coltivare pazientemente la terra e ad aspettare nuovamente i fiori.


FontePhotocredits: Michela Conte
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Michela Conte
“Ecco la grande attrattiva del nostro tempo: penetrare nella più alta contemplazione, e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo” (Chiara Lubic): sono una studentessa specializzanda in antropologia teologica presso la Facoltà Teologica Pugliese, con una grande passione per la vita e per le persone! Sono fermamente convinta, infatti, che i limiti di questa esistenza irripetibile rechino in sé una bellezza straordinaria e una reale possibilità di compimento. Per questo, da anni, scrivo: per cercare di dare voce a tale bellezza …e contemporaneamente per rendermi conto che non tutto può essere adeguatamente espresso, che a un certo punto è necessario fermarsi di fronte a questo mare sconfinato e misterioso che è la persona, un mare in cui, nonostante tutto, “è dolce il naufragar”. Per Dio. Per l'uomo stesso. Per me.

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