Quando l’emblema storico è sostituito da un logo che sa di personal branding o di multinazionale…

Un panettone della Juventus. L’ho trovato sullo scaffale del supermercato. A dire il vero, non si trattava di un normale scomparto di prodotti simili, ma di un totem riservato a oggetti con lo stesso marchio. Non mi sono lasciato sfuggire l’occasione. Qualche foto, un bel post sui social, un po’ messaggini e di inoltri Whatsapp ad amici e parenti (soprattutto interisti) e il gioco è fatto.

È a casa che inizia la riflessione. All’interno dell’involucro di cartone, trovo una scatola di latta con alcune foto dei principali beniamini. Ci sono tutti: l’immancabile Cristiano Ronaldo, Higuain, Dybala, Bonucci, Matuidi. Al centro svetta Pjanic. Mi piace l’idea: il perno del centrocampo ha uno spazio privilegiato rispetto agli attaccanti e ai fuoriclasse. Ma qualcosa fa vacillare le mie certezze. Nella foto ci sono un paio di giocatori che non riesco a riconoscere. Dovrò andare su Wikipedia per ricordarmene i nomi. Maledizione! Colpa di ‘sto calcio moderno, in cui non ci sono più le bandiere. Non sono nazionalista, ma non esiste più l’undici titolare o la formazione-tipo, come si diceva una volta. C’è un turnover spietato, trentamila impegni settimanali, partite in ogni angolo del globo e su undici giocatori in campo spesso neanche un italiano. Difficile ricordarsi una lista a memoria. Guardo meglio: non ci sono neanche Buffon o Chiellini. Foto in pose da titani, celebrazione di esultanze con relativa coreografia. Mancano, però, i calciatori che hanno lasciato il sudore sulla maglia. Tanti anni di corse su e giù per il campo, colpi subiti (qualcuno dato, per la verità), stacchi e voli memorabili e soprattutto vittorie. Nessun riconoscimento nel merchandising dell’anno in corso. Affari, baby, affari. Non c’è la zebra! Un altro particolare colpisce la mia attenzione. L’emblema storico è stato sostituito da un logo che sa di personal branding o di multinazionale. Più vendibile, più mondializzabile. Ma freddo. Si percepisce distacco, l’aridità di un business plan si appiccica addosso mentre sfilo il panettone da un trionfo di packaging. La zebra, altri tempi. Quelli dell’orribile quadrato nero al centro della schiena, sul quale era scritto il numero di maglia. Sono troppo giovane per ricordare Sivori e Altafini. Boniperti sì, il presidente non il calciatore. La Juve che ho conosciuto è quella di Trapattoni. Lo “stile” bianconero mi è stato trasmesso da personaggi come Zoff e Scirea. Uomini capaci di andare oltre un’appartenenza per raccontare i valori dello sport al di là delle fazioni. Sono stati modelli di vita, non semplici bandiere. Credo che possano essere definiti patrimonio comune di tutti gli sportivi italiani, non solo juventini. C’erano anche Gentile, Cabrini, Tardelli, quel Paolo Rossi re di una sola estate. Madrid 1982. E Platini. Ho una videocassetta di Gian Paolo Ormezzano (torinista), che racconta in modo poetico le gesta di le roy e dell’epoca mitica del catenaccio trapattonico.

Il numero 10 francese è caduto in disgrazia, vittima di quel calcio moderno che è business, potere, geopolitica. Non più socializzazione o divertimento. Platini e Maradona sono due ciccioni vittime di un sistema, che ti acclama, ti usa. E poi ti butta via. Ronaldo, il brasiliano, non se lo ricorda più nessuno. Forse fra 10/15 anni saranno dimenticati anche il portoghese o Leo Messi. Dominatori per 10 anni, tra palloni d’oro e riconoscimenti Fifa. Baggio si è salvato dal tritacarne con la sua saggezza orientale.

Ragiono sui massimi sistemi, mentre libero il panettone da questa matrioska di scatole e buste per poterlo tagliare e servirlo a tavola. Le gocce di cioccolato non rispettano la tradizione. Ma, lo confesso: a me va bene così, non mi sono mai piaciuti canditi e uva passa. Ci sporchiamo le mani e la faccia. Il piccolo ha gli angoli della bocca e il muso colorati di nero. Non gli interessa il calcio, vede solo un dolce da divorare.

Ci siamo impiastricciati per tornare bambini. Questo piacere non è in vendita!


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Michele Casiero
Una grande quantità di amore ed entusiasmo traboccanti da un piccolo contenitore bucato dalla fragilità e dalle ammaccature dell’esistenza. Poche pennellate per descrivermi. Mi definisco un mediano, che sta in mezzo al campo “a recuperar palloni … con dei compiti precisi”, consapevole che è più bello lavorare per la squadra e che dopo “anni di fatiche e botte vinci casomai i Mondiali”. Insegno filosofia e storia al Liceo “F. de Sanctis” di Trani e ho collaborato con l’Issr “San Nicola il Pellegrino” di Trani come docente incaricato di Filosofia rosminiana e Filosofia della religione. So cosa vuol dire viaggiare, gustando i paesaggi e temendo le avverse condizioni meteo. L’esperienza più bella è la paternità: il dono di rinascere per accompagnare una vita che mi è stata affidata, rivedendo il mondo con gli occhi di un bambino.