Non riesco a staccare gli occhi da lei. E neppure il cuore. Tanto più ieri, nel giorno epifanico in cui si celebrava l’universalità del credo che cerca, riconosce e onora l’umanità da sposare senza se e senza ma.

Nel cimitero vecchio di Lampedusa ­– luogo deputato alla memoria di una frontiera che cancella vite umane con disinvoltura, oppure le restituisce come numeri da distribuire sul suolo europeo – molte tombe sono senza nome, e vestite di un bianco che interroga: può esserci memoria senza nome, oppure dipinta a calce viva che ustiona persino gli spessori di cemento e riflette lo splendore del sole?

Tombe-provocazione, si direbbe, dipinte di bianco. Forse custodia di tabernacoli contenenti innocenti particole di Cristi morti e risorti. Oppure sepolcri imbiancati dalla nostra coscienza perbenista e affatto inquieta, anzi insensibile e sfuggente di fronte a chi viene da lontano.

Unica, la tomba di Welela ha un volto e un corpo, in fotografia. Incollati alla parete. A saperla ricostruire, ha anche una storia. Giovane. Ovviamente drammatica e intensa, come tutte le storie che sbarcano, vive o morte, sullo scoglio pelagio. Tanto da non riuscire a staccare gli occhi, e neppure il cuore, in questo giorno epifanico in cui si celebra – Dio voglia senza retorica – l’universalità del credo che cerca, riconosce e onora l’umanità da sposare senza se e senza ma.

Ecco, dunque, come sono le tombe dei migranti nel cimitero vecchio di Lampedusa: dipinte di bianco, e di nero segnate dai simboli laici del fondale mediterraneo, liquido eppure sempre più cimiteriale come sulla terra ferma: una seppia, un pesce di scoglio, una stella marina… quasi a sigillo del loculo in cui “riposa” una stella eritrea come Welela, ovvero la silhouette del suo corpo fasciato dal tubino nero che non arriva neppure al ginocchio.

Welela era una ragazza, prima di morire di stenti ai suoi sogni.

A vent’anni, graziosissima ma sgraziata, era già morta più volte, il 16 aprile 2015, quando è stata riposta nel loculo dipinto di bianco sotto il cielo dipinto di blu di Lampedusa.

Era già morta, Welela, alle violenze della lotta violenta nella sua terra d’origine; alla sua famiglia eritrea nello strazio dell’esodo; poi nelle carceri libiche, investita dallo scoppio di una bombola a gas che le aveva ustionato il corpo; non curata e stivata nel gommone degli scafisti, con il dolore del fuoco sulla pelle viva; nella pelle viva residuale, al graffio della salsedine mista a nafta nel cavo del natante, bruciata nelle parti intime e più sacre durante la traversata…

“Guardava fissa l’Europa, Welela – l’Europa civile, l’Europa agiata, l’Europa dei sepolcri imbiancati, l’Europa degli stati sovrani, e del sovranismo nazionalista che chiude tutti gli spazi d’accesso… e chi la governava – dal suo barcone di fuoco sopra un mare spinato”, irto di muri anziché di porte aperte a tutela della vita insidiata. Il suo, uno sguardo d’accusa eterno. Mentre al di qua già c’era chi protestava e non voleva che sbarcasse perché avrebbe “fatto la pacchia”.

È arrivata cadavere sul molo, silhouette non più avvenente, in un sacco dipinto di blu. Sigillato dalle spine della corona di Cristo in croce.

Restano in testa i pensieri, e le parole e le note a lei dedicate al commiato:

“Cambia ciò che è superficiale

e anche ciò che è profondo.

Cambia il nostro modo di pensare,

cambia tutto in questo mondo…”

Cambia ogni cosa, Welela, tranne il gesto compassionevole ed epifanico di Concetta Maggiore, lampedusana planetaria, che ti ha voluto donare la sua tomba come fosse una piccola casa tutta per te, ovvero lo spazio di dignità e d’identità che non va negato a nessun essere umano.

“Perché l’ha fatto, Concetta? E che ne sarà di lei, quando sarà?”, le ha chiesto spavaldo un giornalista.

“Dio vede e provvede”, è stata la sua risposta semplice.

Perché di questo si tratta, anche per noi, se siamo figli di Dio: di “vedere”, intanto, dal vivo, cioè collocati nelle vene della storia, l’umanità in movimento, e capirne il perché.

Dal vivo, non dal sofà virtuale della propaganda, dove chi semina odio raccoglie consensi egotici.

E poi, di rinunciare – magari prima che sia troppo tardi – a una parte di sé, o dei propri beni, in favore di chi futuro non ha.

Altrimenti, di “universale”, accentueremmo soltanto la propensione all’egoismo globalizzato, neppure da ricercare, perché possibile tagliare a fette appena oltre l’angolo di casa, anziché vivere la festa dell’accoglienza recuperando spessori di umanità smarrita.


FontePhotocredits: Renato Brucoli
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Renato Brucoli
Renato Brucoli (Terlizzi, 1954) è editore e giornalista pubblicista.Attivo in ambito ecclesiale, ha collaborato con don Tonino Bello dirigendo il settimanale d’informazione religiosa della diocesi di Molfetta e il Settore emerge della Caritas, in coincidenza con il primo e secondo esodo dall’Albania in Italia (marzo-agosto 1991) e per alcune microrealizzazioni di ambito sanitario nel “Paese delle Aquile”.Nella sfera civile ha espresso particolare attenzione al mancato sviluppo delle periferie urbane e fondato un’associazione politica di cittadinanza attiva. Ha anche operato nella Murgia barese per la demilitarizzazione del territorio. Autore e curatore di saggi biografici su don Tonino Bello e altre personalità del Novecento pugliese, dirige la collana Alfabeti per le Edizioni Messaggero Padova. Direttore responsabile della rivista Tracce, collabora mensilmente con il periodico La Nuova Città. È addetto stampa per l’associazione Accoglienza Senza Confini Terlizzi che favorisce l’ospitalità di minori bielorussi in Italia nel dopo Chernobyl.L’Università Cattolica del Sacro Cuore, per la quale ha pubblicato una collana di Quaderni a carattere pedagogico sul rapporto adulto-adolescente, gli ha conferito la Medaglia d’oro al merito culturale. L’Ordine dei Giornalisti di Puglia gli ha attribuito il Premio “Michele Campione”: nel 2013 per l’inchiesta sul danno ambientale procurato da un’industria di laterizi; nel 2015 per la narrazione della vicenda umana e sportiva di Luca Mazzone, campione del mondo di paraciclismo.