
Sopravviveremmo a un blackout?
Sono, ormai, anni che viviamo in un equilibrio instabile, sul filo tra online e offline, o, forse, sarebbe meglio dire “onlife”, un’infosfera intesa come luogo non solo dove connetterci ma anche da abitare. Il navigatore ci geolocalizza, la cartella clinica ci fa sentire in salute, il conto bancario ci identifica nella classe sociale, e poi videochiamate, il caffè elettronico e la app del parcheggio: tutto in funzione dell’infrastruttura digitale.
Tornare indietro non si può più, le reti sociali pre-internet sono pressocché estinte, le espressioni logistiche che reggevano il mondo erano incentrate su competenze e abitudini trasformatesi, oggi, in mille forme di incapacità improvvisata.
La dark side del pianeta ci insegna quanto la connessione non sia più un diritto civile ma è diventata una concessione, un privilegio di chi è dalla parte giusta del potere.
Dovremmo chiederci se sopravviveremmo a un blackout globale. Ma al prezzo di quale libertà?


























