Roberto Massaro e Nicola D’Onghia, Il sé tra ragione ed emozione. Come le neuroscienze interrogano la teologia (Ecumenica Ed., Bari 2019)

Negli ultimi tempi, sotto certamente la spinta della presa più matura di coscienza  della complessità dei problemi, da più parti anche distanti tra di loro si assiste al bisogno di mettere alle nostre spalle, si spera definitivamente, ‘l’era desertica del pensiero’  per usare un’espressione di Paolo VI; essa, chiamata anche più recentemente da Jean Petitot ‘catastrofe razionale postkantiana’, è stata determinata dagli esiti di certa modernità che aveva condotto ad un modello di razionalità lineare  e riduttivo,  impostosi nella stessa opinione pubblica e diventato anche e  non a caso punto di riferimento per certe  visioni etico-politiche di impronta totalitaria. Basata sull’artificiosa separazione tra le diverse dimensioni dell’umano rese in tal modo incommensurabili e cioè la conoscenza, la responsabilità e la speranza che Kant aveva cercato faticosamente di tenere insieme nelle sue tre Critiche, fu come tale già individuata alle sue radici nelle spietate  e ancora insuperabili diagnosi consegnatici da quell’emblematica figura che fu Frederic Nietzsche e nello stesso tempo, con diverse ma non meno profonde sfumature, da parte di Robert Musil in L’uomo senza qualità.

L’’era desertica del pensiero’ poi. in un primo momento, ha trovato una relativa sponda, ma  rivelatasi completamente senza nessun fondamento, in quella vera e propria esplosione di nuovi ‘eventi di verità’ verificatisi nelle singole scienze nella seconda metà dell’Ottocento  e continuati successivamente; tali eventi di verità, in mancanza di una adeguata riflessione di tipo storico-epistemologico che avverrà solo nel corso dell’intero Novecento, portarono all’idea che di fronte ad una pluralità di veri non ci sia più spazio per il vero,  quando invece, come diceva il matematico ed epistemologo italiano Federigo Enriques già nei primi anni del secolo scorso, bisognava avere il coraggio razionale di prendere atto che non esistono ‘teorie vere, ma teorie sempre più vere’ e attrezzare di nuovi strumenti ermeneutici la stessa ragione per indirizzarla verso modelli di razionalità più allargati. Si cadde, invece, nell’idea dell’impossibilità di accedere al vero non ritenendo più la stessa ragione di avere i mezzi concettuali per coglierlo come tale, per finire poi nel dire e agire che tutto è relativo, opinione e costruzione sociale.

Contro tali esiti nichilistici, devastanti per il pensiero e per la stessa vita umana, si sono levate diverse voci più orientate a ricomprendere quelle che con Aldo Gargani si possono chiamare ‘i vari volti della verità’ insieme col coraggio razionale di reintrodurre nel linguaggio filosofico-scientifico l’idea di verità con tutto il suo corredo storico-concettuale e spogliata però, a dirla con Dario Antiseri, dei ‘falsi assoluti’ che spesso l’hanno accompagnata; un elemento che non si tiene in debito conto è il fatto che su questa nuova esigenza, da diverse parti sentita come sempre più cogente,  si sono espressi in particolar modo  alcuni documenti recenti  della Chiesa e  soprattutto diverse encicliche degli ultimi pontefici  sulla scia delle indicazioni presenti in un documento conciliare come la Gaudium et Spes.

Grazie all’impegno profuso da Giovanni Paolo II nel fare metabolizzare non senza delle difficoltà il ‘caso Galileo’ nelle sue diverse articolazioni, in essi  si registra un continuo invito da una parte a tener conto degli  specifici apporti veritativi dei singoli saperi e dall’altra della loro visione d’insieme in un‘ottica multidisciplinare con l’obiettivo di fornire ‘nuove radici’, nel senso di Simone Weil, alla stessa razionalità umana e di superare l’’era desertica del pensiero’ grazie al suo incontro-scontro con i ‘vari volti della verità’ che le diverse scienze stanno facendo emergere. Sotto la spinta della Fides et Ratio, sono nati a partire dai primi anni del nostro secolo così diversi progetti come il Centro di Documentazione Interdisciplinare Scienza e Fede, la STOQ Project Research Series e altre numerose iniziative col preciso scopo di far dialogare scienza e religione e di promuovere una stretta collaborazione tra cultura scientifica e cultura umanistica; ne è scaturita una vasta letteratura critica anche di natura epistemologica, aspetto questo ritenuto strategico dallo stesso Giovanni Paolo II sino a fare introdurre nel biennio filosofico del Corso di Laurea in Teologia l’insegnamento di Epistemologia, poi tolto in seguito ad una successiva riforma (cfr. Giovanni Paolo II: una via della complessità in discesa, Odysseo 24 settembre 2020).

In tale contesto viene a situarsi il recente testo curato da Roberto Massaro e Nicola D’Onghia, Il sé tra ragione ed emozione. Come le neuroscienze interrogano la teologia (Ecumenica Ed., Bari 2019) e frutto del progetto di ricerca condotto all’interno della Facoltà Teologica Pugliese e del corso di Licenza in Antropologia Teologica, dove da diverso tempo tale ambito del pensiero scientifico, sviluppatosi soprattutto in questi ultimi decenni, ha ricevuto una non comune attenzione critica, appunto perché si è preso atto della sua importanza per riprendere su nuove basi lo stesso discorso teologico dalla “teologia dogmatica alla stessa teologia pratica’’, come avverte Roberto  Massaro nell’introduzione;  ma il motivo di fondo, come viene illustrato negli altri diversi contributi di  Sebastiano Pinto, Lucia Vantini, Nicola D’Onghia, Giorgio Bonaccorso,  è da ricercare nel fatto che le neuroscienze nel loro complesso gettano uno sguardo pluriarticolato sul funzionamento della nostra mente, del cervello  e sulla “straordinaria e reciproca incidenza della dimensione cerebrale con quella cognitiva ed emotiva” sino a fornirci strumenti indispensabili per “la comprensione di cosa siamo”.

Ma se le neuroscienze, grazie anche all’introduzione al loro interno  del paradigma evolutivo con Gerald Edelman per spiegare i fenomeni neuronali, stanno acquisendo in questi ultimi anni un ruolo sempre più importante è dovuto al fatto che hanno a che a fare con le funzioni superiori dell’uomo dalla memoria all’apprendimento, dalle emozioni alla coscienza e all’autocoscienza sino ad investire le “attività sociali e culturali umane come l’etica, la religione e la filosofia”; e per Massaro, sulla scia delle importanti indicazioni presenti nel documento di Papa Francesco Veritatis gaudium del 2018, si ritiene necessario ‘fare teologia’ con tali risultati in una ‘ottica forte di transdisciplinarità’ anche perché sulla scia di scoperte recenti stanno venendo sempre  meno la dicotomia cartesiana mente/corpo e il dualismo res cogitans e res extensa, col rendere necessario il partire anche in campo teologico da una “visione olistica che privilegia lo stretto legame tra la mente e il corpo” .

Il suo contributo dal significativo titolo ‘Secondo natura? Come le neuroscienze provocano la teologia morale’ si confronta con una serie di studi che hanno portato ad affrontare problemi inediti coll’aprire “una frontiera affascinante”, come il ruolo non secondario delle emozioni nella vita umana; e nello stesso tempo si prendono le dovute distanze da quella che è stata chiamata da più parti ‘neuromania’, che però ha messo sul tappeto una serie di interrogativi etici di fondo con la nascita della neuroetica che si interroga sulle “implicazioni sorte dalla possibilità di intervenire direttamente sul cervello”. Così  Massaro è dell’avviso  che la cosiddetta “etica delle  neuroscienze” possa “rientrare a pieno titolo nell’oggetto di studio della bioetica tradizionale” anche perché studiando il cervello si prende in esame “il ruolo delle emozioni nei processi  che portano a una scelta morale”; attraverso l’analisi di alcuni casi presi in esame dalla ricca e a volte contraddittoria letteratura sull’argomento, e anche per superare quel ‘panico etico’ in cui sono caduti gli studiosi della morale cattolica “sopraffatti dal timore che gli sviluppi degli studi sulle neuroscienze dell’etica potessero portare al crollo di tutte quelle certezze che per secoli avevano costituito le basi della teologia morale”,  ci porta “dietro le quinte delle decisioni morali” dove si innescano i processi morali dovuti ad “aspetti non normativi, personali, circostanziali ed emozionali” come nel vasto campo della sessualità umana dove entrano in un gioco relazionale “emozioni, cervello ed amore” col prendere in esame le questioni dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale.

Massaro, nel ‘fare  tesoro’  nel senso biblico dei Proverbi di uno dei risultati più importanti delle neuroscienze e cioè la plasticità del cervello,  ritiene che tale evento di verità non deve “dissuaderci dalla ricerca di elaborare un’etica normativa che abbia i tratti di universalità” perché “non elimina gli obiettivi deontologici e teleologici della riflessione morale, che è comunque chiamata a elaborare delle norme e a orientare a un fine che produca, come effetto, la piena fioritura dell’umano”, proprio sulla scia dell’esortazione apostolica contenuta in Christus vivit di Papa Francesco.

Le neuroscienze, ricche al loro interno di diversi ‘volti della verità’ bisognosi di essere compresi al di fuori di schemi riduzionistici,  stanno avendo il merito di spazzare via pseudo-certezze plurisecolari sulla natura umana come avvenne con Galileo; e nonostante i loro inevitabili slittamenti conoscitivi del resto comuni ad ogni autentico percorso teso verso il vero, impongono la necessità di rivedere le nostre categorie concettuali e di essere a volte ‘anabattisti’, cioè ci costringono ad abbandonare i vecchi paradigmi di pensiero e ad abbracciarne dei nuovi, come diceva Gaston Bachelard negli anni ’40 a proposito delle prime formulazioni della meccanica quantistica. Nell’obbligare a confrontarci con i loro risultati, ci costringono ad uscire dall’’era desertica del pensiero’ nel senso che di fronte a nuove verità l’uomo deve reinterrogare e reimpostare se stesso col mettere da parte ogni posizione riduttiva ed ideologica; e soprattutto, come ha detto Giovanni Paolo II,  si deve prendere atto che una nuova verità, se chiarita sul piano epistemologico come avvenne con Galileo stesso, permette di indagare con nuovi strumenti ermeneutici altre verità come quelle della fede che in tal modo acquistano un diverso e più proficuo significato.

Il merito di questo testo, curato da Roberto Massaro e Nicola D’Onghia, è proprio questo di interrogare nel loro pieno spessore epistemologico e antropologico in una visione circolare  le neuroscienze che ‘se ben comprese’, come dicevano prima negli anni ‘30 il gesuita e biopaleontologo Pierre Teilhard de Chardin e poi Giovanni Paolo II a proposito della teoria dell’evoluzione,  da una parte  permettono, come ribadisce D’Onghia nelle conclusioni, di “superare l’idea  che le scienze e la teologia siano in perenne contrasto e conflitto”; dall’altra permettono  di non più “teorizzare  una teologia irrelata. Le neuroscienze, con la loro recente storia e i diversi scenari proposti, contribuiscono a far sì che la teologia abiti la complessità” e che lo stesso pensiero ritorni, a dirla con Gaston Bachelard, ai suoi ‘compiti eroici’.  Ritorna in tutta la sua cogenza e polivalenza “la svolta epistemica della complessità” negli studi teologici (cfr. La via liturgica alla complessità, Odysseo 19 novembre 2020) e soprattutto in quelli di teologia morale, che costringe ad “accogliere la complessità della persona” col rinunciare all’”idea di un uomo astratto, frammentato e funzionante tramite compartimenti chiusi”; lo stesso pensiero complesso  così ‘abitato’, nel senso di Simone Weil e di Mauro Ceruti (cfr. Come abitare la complessità,  Odysseo26 novembre 2020), nel prendere atto  che anch’esso è il risultato del processo di metabolizzazione di diversi eventi di verità con tutto il loro precipitato concettuale e esistenziale, è una via resasi sempre più necessaria per evitare ricadute nell’’era desertica del pensiero’, ricadute che sarebbero questa volta molto più devastanti data la posta in gioco planetaria dei problemi che ci circondano.


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Mario Castellana
Mario Castellana, già docente di Filosofia della scienza presso l’Università del Salento e di Introduzione generale alla filosofia presso la Facoltà Teologica Pugliese di Bari, è da anni impegnato nel valorizzare la dimensione culturale del pensiero scientifico attraverso l’analisi di alcune figure della filosofia della scienza francese ed italiana del ‘900. Oltre ad essere autore di diverse monografie e di diversi saggi su tali figure, ha allargato i suoi interessi ai rapporti fra scienza e fede, scienza ed etica, scienza e democrazia, al ruolo di alcune figure femminili nel pensiero contemporaneo come Simone Weil e Hélène Metzger. Collaboratore della storica rivista francese "Revue de synthèse", è attualmente direttore scientifico di "Idee", rivista di filosofia e scienze dell’uomo nonché direttore della Collana Internazionale "Pensée des sciences", Pensa Multimedia, Lecce; come nello spirito di "Odysseo" è un umile navigatore nelle acque sempre più insicure della conoscenza.

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