«Quando facevo i ritratti alla gente iniziavo dagli occhi. Li studiavo per minuti e minuti, li abbozzavo con la matita e quello era il segreto perché una volta che voi avete disegnato gli occhi… Succede che tutto il resto viene da sé, è come se tutti gli altri pezzi scivolassero da soli intorno a quel punto iniziale […] il problema è: dove cavolo sono gli occhi del mare?»

(Alessandro Baricco)

Il caldo torrido delle terre del sud, i fichi d’India che avevano preso il posto dei fianchi verdissimi e muschiosi del paesaggio alpino, le cicale che sostituivano il cinguettio degli uccellini, la scogliera che si lasciava accarezzare dal blu matematico dell’acqua salata: basta fiumi, cascate, laghi ed acqua gelida.

Il profumo inconfondibile del mare.

Aveva un leggerissimo e lunghissimo abito blu: di quelli che lei adorava portare e che, davanti allo specchio, la facevano ridere.

La sua migliore amica l’avrebbe apostrofata come monaca, qualcun altro avrebbe detto che quell’amica era assolutamente lontana dal poter comprendere l’effetto che fa un abito monacale, evidentemente diversissimo da quello scatenato da uno di quei suoi vestiti.

Se vi chiedete cosa potesse fare la differenza così netta nelle opinioni, è presto detto: il testosterone presente solo nella seconda. Ma è un’altra storia.

La sua auto era nero pece, interni in pelle del medesimo colore, parcheggiata al sole delle 15:30: un forno crematorio. Con l’aiuto della chiave telecomandata aveva fatto scattare l’apertura degli sportelli e con loro quella dei finestrini da lontano, immaginava sarebbe servita aria.

Una volta accomodata al suo posto di guida, era già partita la musica insieme a tutti i led luminosi dello schermo di fianco al volante, aveva sentito la sua pelle diventare tutt’uno con quella del sedile. In altri tempi si sarebbe rifiutata di sedersi, quel giorno proprio no: si era improvvisamente accorta di quanto quel calore le mancasse, quel dolore sulla pelle che poteva essere sopportato con un po’ di concentrazione era qualcosa di addirittura necessario. Così rincarò la dose ed appoggiò le mani sul volante rovente: le piaceva, come l’acqua bollente della doccia quando fuori ci sono meno sette gradi, ma molte volte meglio. Ancora una volta, almeno la metà di mille.

Quando il bollore sembrava dover diventare insopportabile, si rese conto che invece lo tollerava benissimo, la pelle si era già abituata e, stranamente, non sudava: figuriamoci quale arretrato di calore si portava dietro.

Fu solo quando ormai non c’era più confine fra la sua schiena scoperta ed il sedile che scelse di rialzarsi, uscire dall’abitacolo e raggiungere la scogliera.

Ecco: fu tutto improvvisamente chiaro.

Aveva sempre ritenuto esagerati coloro che le dicevano, emigrando, che era quella la mancanza più grande. Non una casa, non i parenti, non necessariamente la famiglia: ci si abitua. Ma il mare. Alla sua mancanza non ci si abitua mai. Dovette giurarlo a se stessa, li aveva sempre ritenuti esagerati.

Invece, avevano ragione. Quando ci sei nato al mare, ti porti dentro un orizzonte differente: né migliore né peggiore, solo diverso. Il mare è un modo di essere, di affrontare la vita. E non lo sai fino a che non ti manca. E non ti accorgi di quanto ti è mancato fino a che non ne risenti l’odore. Nemmeno la vista, ma l’odore. L’unica cosa vera che nessun social e nessuna foto può portarti, quando non ci sei.

L’odore: quello del suo istante eterno. Quello che solo lei e, con lei, un leone che si sentiva in gabbia seppur liberissimo, poteva ricordare e, ancor prima di ricordare, capire.

Fu in quel momento che le tornò in mente qualcosa che le era stato detto il giorno prima:

– Sei davvero buona tu.

– Ma no, aveva risposto. Sono una gran rompi balle, lo sanno anche i muri.

– Non dire così, sei leale. E fidati, non è cosa usuale. Le avevano risposto.

Leale. Il più bel complimento potesse ricevere una tizia abituata a sentirne molti e, proprio per questo, ad ignorarli. A volte erano piaggeria, a volte lusinghe che lei rifuggiva, altre volte erano oggettivamente veri: quelle volte erano le specifiche che viveva come un “non è a me”.

Leale. Era vero. Lei era leale. Di quella lealtà che si era fatta causa primordiale del suo male di vivere: una lealtà superiore. La lealtà dei legami.

Come quello con il suo mare: fatto di niente, zero pretese, tenuto in piedi da qualcosa che, per tornare ad avere un senso vero, doveva essere fisicamente recuperato. Niente poteva sostituirlo. Il vero ed unico anello mancante: l’odore.

Una donna senza profumo è una donna senza avvenire, diceva Coco Chanel: beh, perché mai non avrebbe dovuto essere lo stesso per un legame senza odore?

Il vestito blu allora calò lungo le sue spalle, decise che poteva regalare un uso al bikini che aveva messo senza pensarci. Entrò in acqua e, come per magia, ritrovò gran parte delle cose che aveva perduto.


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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.