Specchia è un paese di poche anime, non si sbaglia a supporre che la storia dei due ragazzi fosse di dominio pubblico. Ma non risulta che qualcuno abbia fatto qualcosa per prevenire il Male…

Caro Direttore,
approfitto della disponibilità di Odysseo per spendere due parole sul caso tragico della povera Noemi, la ragazza uccisa dal suo fidanzato.

Ho letto e ascoltato molte opinioni, più o meno scontate su questa ennesima “tragedia dell’amore”. Anche la mia opinione sarà più o meno banale, ma parte da una considerazione rovesciata: l’amore, in questa storia non c’entra un bel nulla.

C’entra piuttosto uno stato di malessere, innanzitutto nelle due famiglie, che l’intera comunità ha lasciato che si agrovigliasse fino al punto di non ritorno. I due ragazzi si capisce che erano il frutto di due famiglie problematiche, incapaci di affrontare una situazione che, nel tempo, si è fatta più grande di loro, e ha finito per travolgere tutti. Lei è morta, lui è un morto vivente, le famiglie sono nel panico che cerca vendette.

Ora, Specchia è un paese di poche anime, non si sbaglia a supporre che la storia dei due ragazzi fosse di dominio pubblico. Ma non risulta che qualcuno abbia fatto qualcosa per prevenire il Male. I più si sono girati dall’altra parte, che’ tanto la faccenda riguardava quegli altri, quei “poco di buono”. E si sa che i “Buoni” si fanno gli affari loro e campano cent’anni.

Anche in passato il principio era lo stesso, storicamente, perché la civiltà contadina è fatta di finestre chiuse e di porte accostate. Ma la storia ci racconta che quel mondo chiuso, né giornali né tv né social, aveva qualche sentinella e qualche ammortizzatore: il parroco, il sindaco, il maresciallo. Il medico di famiglia.

Ecco quel che è mancato a Specchia e che, ahinoi!, ci mancherà per sempre in questo mondo che è cambiato in meglio nel benessere dei corpi, ma che non sa più consolare le anime sofferenti. Consolarle in tempo, voglio dire, non scoprire il Male quando è troppo tardi, quando il Bene ha perduto anche il barlume della speranza.


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Pugliese errante, un po’ come Ulisse, Antonio del Giudice è nato ad Andria nel 1949. Ha oltre quattro decenni di giornalismo alle spalle e ha trascorso la sua vita tra Bari, Roma, Milano, Palermo, Mantova e Pescara, dove abita. Cominciando come collaboratore del Corriere dello Sport, ha lavorato a La Gazzetta del Mezzogiorno, Paese sera, La Repubblica, L’Ora, L’Unità, La Gazzetta di Mantova, Il Centro d’Abruzzo, La Domenica d’Abruzzo, ricoprendo tutti i ruoli, da cronista a direttore. Collabora con Blizquotidiano.  Dopo un libro-intervista ad Alex Zanotelli (1987), nel 2009 aveva pubblicato La Pasqua bassa (Edizioni San Paolo), un romanzo che racconta la nostra terra e la vita grama dei contadini nel secondo dopoguerra. L'ultimo suo romanzo, Buonasera, dottor Nisticò (ed. Noubs, pag.136, euro 12,00) è in libreria dal novembre 2014. Nel 2015 ha pubblicato "La bambina russa ed altri racconti" (Solfanelli Tabula fati). Un libro di racconti in due parti. Sguardi di donna: sedici donne per sedici storie di vita. Povericristi: storie di strada raccolte negli angoli bui de nostri giorni. Nel 2017 ha pubblicato "Il cane straniero e altri racconti" (Tabula Dati).

1 COMMENTO

  1. È proprio così. Forse l’amore c’entra poco. Molto di più ha potuto il disprezzo reciproco tra due famiglie che hanno “giocato” a mettere in atto la legge del più forte. In questo ipertrofico sentimento di disprezzo e odio hanno pagato le persone più deboli. E forse anche la società civile e le istituzioni locali sono rimaste inermi spettatori del gioco delle parti.

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