«Non c’è il nulla. Zero non esiste. Ogni cosa è qualche cosa. Niente non è niente»

(Victor Hugo)

Dio è onnisciente, onnipresente, onnipotente, non necessitante, perfetto. È entità? È sostanza? Hanno argomentato secoli su ciascun attributo, qualcuno ha detto che Dio è nella natura e che Dio è natura.

Hanno detto anche che è affidabile e che noi, in quanto sue creature, nasciamo affidabili. Potenzialmente, direi. Affidabili a Sua immagine.

Non possiedo verità, forse neanche congetture degne di essere condivise, solo penso che l’uomo, per potersi dire somigliante almeno alla Natura, parlando con cognizione di causa, debba trovarsi nelle condizioni di viverla… e non in vacanza.

Metti il mare: hai la fortuna di nascerci e possedere, così, innata l’idea di spazio infinito, orizzonte visibile, movimento perpetuo. Il vento soffia, l’acqua risponde e niente la ferma, in quei casi inquieta ed imponente, anche pericolosa e tormentata… e senza scossoni di aria, la quiete. L’immensa tavola  azzurra immota solo in apparenza. Non si ferma comunque mai.

L’esatto opposto della montagna, che per capirla la devi vivere e, se vieni da fuori, non puoi non subirla: l’imponenza continua del limite addosso, la parete altissima dritta sul petto a dividerti dal cielo e da qualsiasi cosa esista sul versante opposto. Vieni da altrove, tu lo sai che il mondo esiste anche oltre quel muro, la gente del luogo spesso non può neanche immaginarlo.

Ed è lì, in quel momento esatto, che ti accorgi di essere a immagine e somiglianza; è lì che cade ogni possibile forma di disprezzo.

Tu stesso sei tutte quelle cose, quelle differenze, quelle dicotomie, quelle ampiezze e quelle altezze.

Arrivano i venti e ti scuotono da dentro, sei un moto perpetuo e ogni spostamento tradisce irrequietezza: lo senti e lo vedi, non hai bisogno di specchi. Ma sei umano, al mare ci somigli, mare non sei. Lui non ha limiti, tu anche troppi. Dunque patisci: ed  ecco l’altra faccia della verità. I venti scalzano le acque, ma per quanto possano soffiare, non smuoveranno mai una montagna. Eccoti ancora, come quel monte: destato eppure statico; scosso e non mosso, scalzato e al tuo posto. Tutto ti agita, niente ti blocca.

Sei completo: cretino e intelligente insieme. E ti sei ritrovato dentro le viscere della natura. Vaglielo a dire a chi ancora riesce a credere che non siamo Figli di Dio. Vaglielo a spiegare. Faglielo capire. Poi, ti prego, se ci riesci, chiamami e insegnami la formula.

Io non arrivo a conoscerla.

Sto solo nel mezzo, rifuggendo ogni forma di uscio, senza dentro e senza fuori, irrobustita e indifferente, intontita e mai dormiente, ferma e dondolante.


FontePhoto by Ryan Loughlin on Unsplash
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Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.