Il nuovo romanzo di Antonio Del Giudice, in libreria da oggi

Andrea, un bimbo a cui rubano la bicicletta e un giovane adulto a cui fregano la 500: è il protagonista del nuovo romanzo di Del Giudice, e in buona misura appare alter ego dell’autore e del suo essere assetato di canoscenza.

Il ragazzo che rubava le parole è un viaggio lungo circa quindici anni, tra il 1960 e il 1975, ma il cui spazio narrativo si dilata se si considerano i continui flashback con cui Andrea ruba pezzi di memoria e recupera, da fonti e voci diverse, la storia che va dalla marcia su Roma all’8 settembre, all’arrivo degli Americani, all’immediato dopoguerra.

Succede così che il suo viaggio è il nostro viaggio e quel che potrebbe apparire come una mera narrazione autobiografica, diventa fotografia di contesto, disegno di storia locale e nazionale, anzi internazionale. Vi si trovano sia tessere del mosaico della memoria di ciascuno di noi, sia analisi e ricostruzioni di ben più largo respiro. Vi si trova quanto la fantasia creativa di Antonio Del Giudice sa mescolare alla storia, si dà conferire alla sua narrazione un respiro universale.

Al fondo, una domanda che ritorna: come è possibile che una famiglia “per bene”, e una nazione “per bene”, sia stata fascista? Risposta: probabilmente perché professavano un fascismo che non conoscevano. Un po’ come succede, a parti rovesciate, ad Andrea, ex seminarista, che viene tacciato di comunismo mentre l’unica tessera che può vantare è quella della FUCI.

E nella trama di queste vicende così intricate, c’è spazio per l’amarcord, per i bozzetti intimi e a colori vivaci. Tra tutti, ho amato il viaggio col padre. Ma anche il benservito a “donna” Laura, più sfuggente di quella petrarchesca, ha il suo fascino ed è vincente.

La scrittura di Del Giudice è quella che conosciamo e apprezziamo: snella, asciutta, puntuale, accattivante. Ricorda i fasti de La Pasqua bassa e si può dire che questo nuovo romanzo è complementare col primo. Non gli si può che augurare il medesimo successo.

 

Antonio Del Giudice, Il ragazzo che rubava le parole, Castelvecchi, Roma 2022


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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba.Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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