«L’eccellenza di un dono consiste nella sua appropriatezza, piuttosto che nel suo valore»

(Charles Dudley Warner)

Non era una che si infliggeva frustate, non scientemente almeno. Quando commetteva errori, poi la vita le presentava il conto, non sempre capiva in tempo reale, ma di certo non fuggiva e non cercava mai di cambiare il corso delle scelte che le parevano fatte per il Suo disegno, nemmeno quando il conto arrivava a suon di calci negli stinchi.

Se dicessi che si perdonava, mentirei, ma non si metteva il cilicio da sola, questo no. Era, piuttosto, ormai avvezza ad aspettare il momento in cui qualcuno lo avrebbe fatto al suo posto: non abbiamo nemmeno idea, troppo spesso, di quante forme di tortura punitiva esistano. Sempre giuste? Anche no, ma il giudizio non spettava a lei, figuriamoci a me che solo la racconto.

Era una sola la cosa per cui proprio si sarebbe dannata e per cui, però, non poteva trovare punizione, dal momento che quella stessa cosa, per il solo fatto di essere, era una croce: parlo dello studio matto e disperatissimo, che pareva essere la sua indole, quella che qualcuno aveva definito come un regalo che ti porti dentro al cuore e se non sai cosa c’è dentro, te ne accorgi dal gonfiore. Quella droga infida da cui non c’era scampo. E più implicava fatica e sconforto, più la costringeva a scavare. E lo sapeva di non essere lei, ma Qualcuno che aveva scelto di vederla così, presa, incatenata, del tutto impossibilitata a farne a meno.

Era iniziato tutto quando a scuola media si trovò in mano I dolori del giovane Werther e, divorato quel libro, cercò come una rabdomante un altro romanzo epistolare, approdando a Le Ultime lettere Jacopo di Ortis. Foscolo non lo capiva, parlava un italiano piuttosto astruso per un’undicenne; fu allora che lei commise il sacrilego sbaglio. Non chiuse la porta, ma si ostinò, ad undici anni, a cercare la chiave. Chissà quale cosa, che oggi chiameremmo metodo compensativo, il suo cervello andò a pescare. Aveva sentito da qualche parte che se leggi qualcosa una volta senza capire, non ha nessun senso farlo la seconda, imparando così ciò che per lei sarebbero state, per sempre ed inesorabilmente, le scuse del mal pagatore. Capì Foscolo, vinse la sua prima borsa di studio e divenne la causa inconsapevole della modifica del regolamento di Istituto: quello, infatti, vietava l’attribuzione di premi allo stesso studente due anni di fila, ma lei di borse ne vinse tre, ogni singolo anno.

Non poté più fermarsi, nonostante i fisiologici stalli e quel perenne odi et amo valido tanto per le persone, quanto per le sue carte.

Fu per tutta la vita la peggiore delle assuefazioni: studiare, un gesto meraviglioso. E quanto doloroso? L’ottuplice via della dannazione: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.

Ed aveva conosciuto tanto, tantissimo, acquisendo sempre più consapevolezza del fatto che mai avrebbe potuto saperne abbastanza, anche perché non aveva più undici anni: le sue fatiche erano state tutte belle, per ogni porta dell’inferno della comprensione aperta, le avevano riservato risultati spesso anche insperati ed il merito lo riconosceva sempre a quelle meravigliose ed infide carte.

Che colpa avevano, loro? Nessuna, erano un ambasciatore che non poteva e non doveva portare pena ed ancor meno meritavano di trasportare la croce che le avevano insegnato: ci sono luoghi di celebrazione per gli uomini, fatti su misura per chi viene chiamato in causa a proteggere la scenografia e la gloria: tutti posti inadatti a chi ci lavora o ci ha lavorato veramente.

Un po’ come ogni volta in cui arriva Natale: pensateci, quando glorificate quella data. Qual è il vero spazio per quel bambino? E quale quello per la scenografia?

A quell’infante, dico con sufficiente dose di certezza, serviva una carezza calda e muta. Non doni e gloria, era Lui il dono ed aveva in sé la gloria.

Quel gesto impercettibile che non doveva cancellare le grandi pubblicizzazioni, necessarie al mondo altro, ma doveva esserci, per restituire ad un neonato tutto quanto gli spettava: un’attenzione che fosse solo sua, a Lui solo dedicata, che Lui solo avrebbe capito poiché Lui aveva lavorato nel buio, quando nemmeno esisteva, coperto dalla grandezza del suo stesso Padre.

Quel Padre infinitamente buono che, sebbene avesse avuto bisogno di moltissimo tempo, lo aveva fatto il passo ed aveva ceduto la scena: peccato non avesse considerato che tutte le altre sue creature erano e sarebbero rimaste ottuse.

Pover’Uomo. Povero Padre. Povero Figlio.

E così penso che anche oggi una carezza basterebbe a cambiare il volto tremendo assunto da troppi palcoscenici, eppure temo che no, non sarà così.

Quest’anno, la nostra amica conterà più di quaranta giorni di Natale,  milioni e milioni di luci che hanno visto il tungsteno prima e i led dopo, insieme all’ennesimo spettacolo. La carezza dietro le quinte? Sono pronta a scommettere che sarà l’eterna assente.

Il bambino, frattanto, resterà nella sua grotta e non smetterà di sperare, nemmeno dopo il duemiladiciannovesimo anno di freddo.

Per questo, mentre preparate la scena, signori, vi prego, provateci a soffermarvi a pensare. I sipari sono belli, gli spettacoli riescono, la scenografia è indispensabile: ma far restare qualcosa dietro le scene? Spogliarlo della tracotanza e vestirlo, nel silenzio, di una delicata verità?

Una carezza è solo una carezza.  Per molti, ma non per tutti.

Buon Natale.

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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.

2 COMMENTI

  1. I doni più belli sono quelli che non si incartano, come una carezza, un abbraccio o avere il piacere dei racconti di oltreverso.
    Auguri

  2. Buongiorno Antonio, dicendo che questi racconti possono essere un dono, inconsapevolmente, ha regalato a me un biglietto di andata proprio per il pianeta OltreVerso, dove non ci sono pacchetti, ma solo posto e desiderio per delicatezze come la Sua. Ce n’è sempre un gran bisogno: semplicità ed attenzione, in due parole. Grazie, grazie per aver saputo cogliere in un momento il senso di un intero universo. Le auguro di trascorrere un buon Natale, qualsiasi sia il luogo che Le farà provare la meravigliosa sensazione di essere a Casa. Myriam

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