«Noi donne siamo la creatura più misera […] Dicono di noi che viviamo una vita senza pericoli a casa, mentre loro combattono in guerra. Che follia! Preferirei stare tre volte dietro uno scudo che partorire una sola volta»

(Euripide, Medea, vv. 230-251)

Sono stato in carcere. Di nuovo.
Ho la fortuna di svolgere un lavoro che mi permette di entrare e uscire liberamente da diverse carceri pugliesi. Ed è davvero una fortuna: ogni volta incontro uno spaccato di umanità da cui traggo insegnamenti profondi e una sorprendente linfa vitale.

Lunedì scorso sono tornato nel carcere di Altamura, appuntamento fisso da tre anni, a fine anno scolastico. L’occasione era duplice: l’inaugurazione di un murales realizzato dai detenuti nella loro aula — sì, in carcere arriva anche la Scuola — e la rappresentazione di Medea per strada, della  compagnia Teatro dei Borgia, con la straordinaria Elena Cotugno, regia di Giampiero Alighiero Borgia.

Infaticabile motore dell’evento, il prof. Antonio Larocca, affiancato dalla collega Roberta Tritto e dagli altri docenti della sede carceraria del CPIA “Chiara Lubich” di Altamura, con il sostegno della dirigente scolastica Daniela Menga e con la lungimirante apertura e disponibilità del direttore del carcere, il dott. Domenico Sabella, nonché del funzionario giuridico-pedagogico, dott.ssa Chiara Perla.

Quel murales dovrebbero vederlo tutti. Meriterebbe, da solo, un’intera giornata di meditazione lì dentro, tra quattro mura. Vi scoprirebbero un’aula che diventa giardino: un muro — non solo fisico, ma soprattutto interiore — superato grazie a una pila di libri; un albero che nei libri affonda radici e genera fiori e frutti che sono pagine rilegate, libri che – come aquiloni – ti consentono di lasciare il suolo e ti conducono in volo; un grande libro che accoglie, si anima in un abbraccio blu e racconta ai ristretti e a tutti come “rinascere” attraverso la metafora dell’arte del kintsugi.

Ascoltare i detenuti presentare, emozionati e fieri, quell’opera costruita insieme durante un intero anno scolastico sarebbe valso da solo il prezzo del biglietto. Se non fosse che non abbiamo pagato nulla: ci è stato donato tutto, in abbondanza.

E poi c’era il secondo momento: Medea per strada.
Uno spettacolo che va visto, perché le parole non bastano a rendere tutta l’emozione che è capace di scatenare.

Provate a immaginare la tragedia di Medea intrecciata alla tratta delle prostitute dell’Est Europa.
Un pappone che, dopo aver spergiurato promesse d’amore e di salvezza, tradisce la donna che ha costretto a prostituirsi e continua a sfruttare.
Immaginate che quella donna abbia da lui avuto due figli, con i capelli rossi come il sangue.
E che quei figli vengano sgozzati dalla loro stessa madre: una madre infinite volte sedotta, sfruttata, violata, abbandonata. Che per questo perde la testa, sino alla cieca violenza.

E immaginate tutto questo davanti a uomini – detenuti e liberi – seduti gli uni accanto agli altri, uniti, e con lo sguardo che si abbassa. Per meditazione o per vergogna.
La vergogna di essere uomini. Di quanto, a volte, esserlo possa essere imbarazzante.

Io quello spettacolo lo avevo già visto. Lo avevo anche recensito. Eppure ho pianto.
Accanto a me c’erano donne libere che si sentivano improvvisamente schiave della tensione che stavano vivendo. Piangevano anche loro. Piangevamo tutti.

E allora sì, lo dico: sono fiero di appartenere a un’umanità che non nega il femminicidio.
Così come non si dovrebbe negare il marciume di cui siamo capaci, noi così fieri della nostra “civile tradizione” e della nostra “identità italiana”; noi che troppo spesso, davanti a quel marciume, scegliamo semplicemente di voltare la testa dall’altra parte.

Nelson Mandela: «Si dice che nessuno conosca veramente una nazione finché non si è entrati nelle sue carceri. Una nazione non dovrebbe essere giudicata da come tratta i suoi cittadini più alti, ma quelli più bassi».

Ernest Hemingway: «Il mondo spezza tutti quanti, e poi molti sono forti proprio nei punti spezzati».

Carl Gustav Jung: «Si dice che nessun albero possa crescere fino al cielo a meno che le sue radici non raggiungano l’inferno».


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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...