“Il vero amore è una quiete accesa” (Ungaretti)

“Stai tranquilla” mi dicono spesso, soprattutto quando mi arrabbio. Alcuni me lo dicono con amore e con il vivo desiderio che, per l’ennesima volta, la mia ipersensibilità non mi faccia soffrire troppo. Altri lo dicono perché hanno paura del conflitto: lo rigettano come il peggiore dei mali, essendo convinti che le relazioni siano pozze d’acqua immobili più che oceani di cambiamenti, sorprese, viaggi, scoperte, pericoli, ritorni. Peccato che le prime, più che sicurezze, offrano solo acqua stantia, sporca e maleodorante.

Ci sono, in altre parole, cultori della quiete e dell’oltre quiete (giacché il termine tranquillità suggerisce un transitare addirittura oltre) abbastanza ingenui, in quanto convinti di poter vivere al riparo dai rischi di ogni normale relazione. Parlo di divergenze di opinione, correzioni, incomprensioni, litigi, fisiologiche tappe di maturazione di ogni rapporto che possa definirsi sano, che finiscono col diventare scogli sui quali il quietista impatta miseramente. Poiché a furia di evitare i problemi, essi si incancreniscono.

L’etimologia della parola spiega tutto: la radice ki-, con l’idea di accomodamento e riposo, ha dato vita al latino quies, cioè quiete, e al greco keisthai, ossia giacere e dormire. Il quietista, insomma, è un pigro, non si spreca per le relazioni, si accomoda in esse, dando magari per scontato tante cose. Nei sistemi patriarcali, ad esempio, il legame di sangue è trattato come garanzia di affetto e di rispetto, senza particolari investimenti in termini di cura e attenzione. Così l’errore più frequente è quello di credere che l’accordo sia scontato e il disaccordo una grave sfida ad una unità impressa nella carne apriori. Semplicistico. Banale. Pericolosissimo.

Ciò che è realmente interessante, però, è che la medesima radice ha dato vita al greco komè, ossia villaggio, borgo. I paesi, si sa, sono sempre animati dalla particolarissima dinamica del “cosa pensa la gente”. E in certi casi la smania di conservare una buona reputazione di sé e della propria famiglia obnubila la sincerità dei rapporti, l’impegno della chiarezza, il lavorio del ricominciamento. Così, l’idea dell’unità prende il posto dell’unità stessa, gracile o addirittura inesistente. Perché l’unità si costruisce con fatica, non è per chi si accomoda, non è per gli irenisti, né per i pacifisti, molto più inquietanti che quieti. Alla tranquillità genuina e vera si giunge quando ci si rimbocca le maniche, si fa pegno della verità, si accoglie la sfida delle differenze, si desiste dalla competizione, si parla apertamente, si apprezzano le cose belle degli altri anche se, forse, sono più belle delle nostre, anche quando ci provocano all’impegno e ci svegliano dal letargo esistenziale.

Sono facce dell’amore. E l’amore non ha nulla ha che vedere con un certo quietismo. È riposo, è vero. Ma è anche incontro, scontro, domanda, problema, mistero, attraversati con il coraggio di chi non si accontenta di tranquillità a basso prezzo. Bene ha scritto Ungaretti: “il vero amore è una quiete accesa”.


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