Torniamo ad aprire le braccia, a costruire, ponti, ad accogliere

Io vedo che, quando allargo le braccia, i muri cadono. Accoglienza vuol dire costruire dei ponti e non dei muri.”
(Don Andrea Gallo)

È meraviglioso poter allargare le braccia, perché quando allargate le braccia e accogliete qualcosa avete davanti a voi una porta di specchio. Il solo specchio in cui potete vedere voi stessi e che vi aiuti a progredire. Ed è l’unico modo che abbiamo di vedere noi stessi e di progredire!
(Leo Buscaglia)

Caro Direttore,
ho letto che Papa Francesco, in occasione della Giornata Mondiale del Migrante, celebrata con l’intento di rinnovare non solo la vicinanza, ma l’attenzione concreta della Chiesa per le diverse categorie di persone vulnerabili, ha inaugurato in Piazza San Pietro il monumento al Migrante, “Angel Unwares” (Angeli Inconsapevoli) perché ricordi a tutti la sfida evangelica dell’accoglienza. La scultura, realizzata a grandezza naturale dall’artista canadese Timothy Schmalz, raffigura un gruppo di migranti e rifugiati, provenienti da diversi contesti culturali e razziali e anche da diversi periodi storici. Sono messi vicini, stretti, spalla a spalla, in piedi su una zattera, coi volti segnati dal dramma della fuga, del pericolo, del futuro incerto. La particolarità è che all’interno di questa folla eterogenea di persone, spiccano al centro le ali di un angelo, come a suggerire la presenza del sacro, “dell’Alto” tra di loro.
Riflettevo: un ottimo segnale posto poi in un luogo in un certo senso centro del mondo e della cristianità.

Il significato di quest’opera rimanda alla lettera agli Ebrei in cui testualmente si legge: “Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli”. Senza sminuire l’aspetto cristiano dell’accoglienza, non ho potuto far a meno di ripensare a quanto questa sia anche una caratteristica propria e imprescindibile dell’essere umano. Certo quanto ho appena affermato sembra cozzare completamente con i terribili tempi che stiamo vivendo. Tempi nei quali sempre più spesso si sente parlare di muri per difendere i confini, le identità, le nazioni…e in molte parti del mondo ci sono davvero….
Forse oggi qualcuno vorrebbe addirittura costruire muri anche nel mare….
Caro Direttore contraddittorio il mio pensiero: accoglienza caratteristica propria dell’essere umano e, nello stesso tempo, umanità sempre più settoriale.
Credo sia un problema di prospettiva e di priorità di vita. Siamo in una società che inevitabilmente sta spingendo l’uomo sempre più verso l’isolamento anche mediatico (contraddittoria anche qui, ma è la realtà: ognuno con la sua device), assorto dall’interlocuzione solitaria col mondo attraverso l’universo social.

Abbiamo dimenticato che il problema di questa enorme migrazione non interessa solo l’Europa; tutto il mondo dagli Stati Uniti al continente Australiano è interessato da questi movimenti di popolazione. Invece dalle nostre parti sembra quasi ci sia una sorta di accanimento nei confronti di popolazioni che oggettivamente fuggono dalla morte affrontando l’ignoto più oscuro perché sono alla ricerca della vita, di un raggio di luce e scappano letteralmente da situazioni assurde ed inumane… non fuggono semplicemente perché magari “va di moda”.
Paradossalmente, conoscendo il significato delle parole, è buffo da noi sentir parlare ancora di “emergenza immigrazione”. Si conta che ormai da circa 25 anni sia in atto questo fenomeno di grandi spostamenti di persone disperate verso il nostro paese. Quindi emergenza non ha più un significato adeguato in merito, ma denota forse un chiaro fallimento di coloro che “governano” che in un certo senso gestiscono o sono tenuti ad amministrare le situazioni.

A seconda dei casi e delle modalità risolutive che si cercano, si parla facilmente di buonismo oppure si parla di cinismo, ma a mio avviso sono le due facce dello stesso disinteresse in quanto la soluzione più facile da trovare è quella di “chiudere le braccia”, di respingere, di mandare indietro piuttosto che educare il mondo all’accoglienza costruttiva e condivisa. E’ evidente che in questo caso gli interessi non sono più i miei, ma diventano interessi comuni…
Caro Direttore, mi si potrà dire troppa retorica…cose dette e ridette…è vero può essere così, in realtà la mia è una riflessione ad alta voce che ovviamente mi coinvolge e ci coinvolge in prima persona ogni qual volta ci dimentichiamo di coltivare, di alimentare l’accoglienza nonchè di educare all’aprire le braccia, caratteristica innata dell’essere umano.
E’ contro la nostra natura umana respingere o, peggio ancora, ignorare e lo vediamo nei tanti ragazzi e giovani che ogni giorno per mare, nelle isole, nei porti, per strada, nelle periferie, nelle stazioni, nelle città, nelle campagne naturalmente aiutano, soccorrono, accolgono, cercando in qualche modo di “tamponare” invece tutte le forme di sfruttamento, più o meno conclamate, che invece esistono e persistono.
Allora riscopriamo la forza che si crea allargando le braccia, lavoriamo ogni giorno per coltivare la nostra naturale tendenza a costruire ponti e non ad alzare muri o a chiudere porti, impegniamoci nella diffusione internazionale dello spirito dell’accoglienza piuttosto che nella “spartizione matematica” di vite…ritorniamo alla naturale ed arricchente condivisione.

Facciamo della nostra casa, del nostro territorio, del nostro cuore, della nostra vita luoghi di accoglienza e, a proposito di ponti, vi invito ad ascoltare un interessante brano di C. Baglioni “Di là dal ponte”, scritta “solo” 16 anni fa e ancora paurosamente attuale dal quale mi permetto di citare uno stralcio:

“...questa è un’altra gente
che sta in cerca dappertutto
e quando non si crede più in niente
finisce che si crede a tutto
è una veglia delle sere
in cui si prova una partenza
dalla mania dei soldi e del potere
che è figlia della diffidenza
su una terra di nessuno
siamo ombre di un secondo
e il mondo non è di qualcuno
perché il mondo è tutti noi

questa è un’altra vita
di cui non si scrive un rigo
la dignità sembra proibita
essere uomo è già un castigo
e allora là quando il cuore sa
e più in là dentro un’altra età
quando ce ne andremo
verso l’orizzonte
di là dì là dal ponte
andremo via
in questo viaggio che chiamiamo tempo
andremo via
in questo tempo che chiamiamo vita
andremo via
in questa vita che chiamiamo sogno
andremo via
in questo grande sogno
che noi chiamiamo amore…”


Articolo precedenteGiulia De Lellis non ha mai letto un libro ma ne vende tanti, pubblicizzando le proprie corna
Articolo successivoL’Istituto Ottavo Circolo Rosmini in campo per la biodiversità
Dora Conversano
Non riuscirei ad immaginare un mondo senza “l'altro” (inteso nella sua accezione più ampia possibile): dall'Altro che ci guida da lassù a tutti gli altri che ogni giorno ci regalano la gioia della condivisione, dello stare insieme, del percorrere insieme, arricchendoli, pezzi della nostra vita. Ogni giorno scopro sempre di più quanto leggere, ascoltare, comunicare e confrontarsi restino (dopo quello della vita e dell’amore) i doni più belli che potessero darci... gli unici modi per godere appieno di tutte le meraviglie che ci circondano. Laureata in Pedagogia (materia che mi appassiona e mi incuriosisce ogni giorno di più), insegno in un'Istituto Comprensivo dove rivesto da un po' di anni anche il ruolo di vicariato e di sportello d’ascolto pedagogico. Appassionata di musica (suono la chitarra da parecchi anni), ritengo vincente ed efficace educare e formare le nuove generazioni anche attraverso il linguaggio alternativo dell’arte e della musica, facendo confluire in modo armonico, attraverso un percorso creativo di sperimentazione di gruppo, le diverse dimensioni artistico-musicali individuali e collettive.