«Che cos’è l’uomo?»

(Sal 8,5)

Per ragioni che non le erano del tutto chiare, né temeva lo sarebbero state nel breve termine, aveva dovuto necessariamente andare a riprendere libri che giacevano trionfanti nella sua libreria da moltissimi anni. Non erano necessità letterarie, né tantomeno lavorative: era tirata da una corda incontrollabile verso quegli scaffali e, paradossalmente, la mano si muoveva quasi da sola verso il posto giusto. Qualcosa guidava in prima battuta un guizzo mentale istantaneo e focalizzava perfettamente la meta, quindi rimandava il compito agli occhi della memoria. Vedeva perfettamente ciò verso cui quella forza le chiedeva di andare, così era il turno delle gambe: si muovevano verso la libreria, fino a che le mani non si allungavano al rallenty verso questo o quel libro, quasi ad averne paura: la stessa paura che si prova quando ci si avvicina al fuoco, senza poterlo però evitare.  E più la mano si faceva prossima, più si convinceva di quello che stava facendo, quasi come un automa.

Questa strana giostra aveva intanto riportato alla mente l’antica abitudine di segnare luogo e data originale di ogni lettura, il che era un bene: in questo modo poteva dare un tempo preciso alle cartelle degli archivi della coscienza a cui, senza assolutamente spiegarselo, doveva nuovamente avere accesso. In secondo luogo, era tornata in auge la matita, quella con cui ogni libro era segnato: righe, appunti, segni e disegni. La usava quella matita, maniacalmente, sempre ed evidentemente da sempre, perché pensava che quello strumento fosse più importante di quanto apparisse e fosse una metafora perfetta per diverse cose: intanto era guidata dalla mano e segnava pezzi di vita, come la Mano superiore segna il percorso delle esistenze umane; in più, in tempi differenti, era indispensabile interrompere i tratti per chiedere l’aiuto del temperino, come nella quotidianità, quando qualcosa reca stridio, taglio e sofferenza, che poi fanno ritrovare l’uomo cresciuto e più consapevole, alla stregua della matita appuntita e nuovamente fruibile; ancora, le sue matite erano generalmente fatte di legno e dei colori più disparati… erano belle, le sceglieva con cura, sebbene non fosse quello ciò che contava, poiché a lei (come a chiunque) serviva la qualità della grafite della mina, ciò che stava dentro l’involucro: allo stesso modo non era mai riuscita a considerare le persone per quello che avevano di immediatamente visibile. In ultimo, non per importanza, la matita lasciava una traccia, come ogni azione lasciava un segno e, di conseguenza, andava ponderata… incluse le volte in cui non si poteva vincere contro la forza della calamita invisibile che se ne infischiava letteralmente di qualsiasi cosa e doveva solo fare il lavoro a cui era chiamata: attirare.

Mah… era un momento così, in cui era chiaro che nel cammino doveva aver perso qualche giglio: infatti, il fatto che nessuno vedesse la bellezza dei gigli di montagna, non significava che loro non esistessero o cessassero di vivere nella Valle: significava, piuttosto, che forse era il caso di andare a controllare ciò che non si era visto. Prestare attenzione, fare caso, non sottovalutare, avere cura, dal momento che, a quanto pareva, le cose belle dell’esistenza erano proprio restie a palesare il loro vero volto, perlomeno subito.

Pensò anche di essere pazza, come fosse un difetto, ma dovette ben presto ricredersi: Dio scelse le cose folli del mondo per svergognare i saggi,  pertanto lei non aveva nessuna ragione per imbarazzarsi davanti a una tale eventualità. Meglio pazza, che cieca. Eppure… eppure pazza non era e questo lo sapevano anche i muri.


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Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.