Non sono niente.

Non sarò mai niente.

Non posso volere d’essere niente.

A parte questo,

ho in me tutti i sogni del mondo.

(Fernando Pessoa)

Un esperimento fallito è stato quello di chiedere ai miei alunni cosa fosse un sogno:

  • Succede quando la notte ti addormenti e fai un sogno.

Così ho ritentato, chiedendo loro se da svegli poteva essere lo stesso:

  • E certo che no. Da sveglio il pensiero lo controlli.

In soldoni, non lo sanno, ma invece di andare avanti sono tornati indietro, all’origine, quando sonno e sogno non avevano distinzione. A quel tempo il somnium latino era il sonno, come ancor prima lo era lo ypnos o il s-ypnos greco.

Il fatto che l’evoluzione del linguaggio abbia cercato una distinzione precisa fra i due sostantivi, regalando al sogno il duplice significato di “attività cerebrale della fase REM” o la più ampia possibilità di essere un “campo aperto della mente sveglia”, è sfuggito.

L’involuzione. E se lo dicono i bambini, io mi preoccupo.

Ho dovuto faticare tantissimo per cercare di capire quanto disillusi fossero:

  • Scusate, ma davvero da svegli riuscite sempre a controllare il pensiero? Quando pensate di voler affondare il cucchiaino nel barattolo di Nutella, ma un adulto vi dice che senza pane non potete, che succede?
  • Che dobbiamo prendere il pane.
  • E dopo averlo preso, l’idea del cucchiaino che fa?
  • Rimane un…. (Forza, dillo! Ho pensato) Sì, rimane un sogno!!! E non stiamo dormendo!

Mi direte che sono bambini, hanno un vocabolario schematico, campi semantici ridotti, sviluppo del linguaggio non compiuto. Vi risponderò che così non è. Il linguaggio e le costruzioni grammaticalmente corrette, si costruiscono nella mente del bambino quando ancora non è capace di emettere suoni: non a caso i bambini che crescono dove si parla il sanscrito, la lingua più complicata da imparare per i più illustri studiosi, spuntano di punto in bianco e lo parlano.

Il problema è sempre quello che succede dopo.

La disillusione che appiattisce secoli di evoluzione linguistica è frutto della vita delle generazioni precedenti: non c’è colpa.

Non esiste un sogno valido da svegli, perché i sogni non si avverano. Ma non è la verità; piuttosto, non esiste la magia ed esiste l’incompiuto. Esiste il senso di impotenza, esistono le infinite variabili legate al prossimo, da cui troppe volte i nostri sogni dipendono.

Il sogno quindi spaventa perché è qualcosa che, da svegli molto più che da dormienti, sfugge al controllo; la sua realizzazione non può dipendere solo da noi. È che ci vuole buona volontà alcune volte, sano raziocinio delle altre.

Il cucchiaino di Nutella non ha mai causato la morte di nessuno, eppure è sano che un bambino non vi si abitui, poiché alla lunga fa male. Potremmo spiegarglielo, assicuro che capirebbero. Ma no, viene meglio evitarlo direttamente. Non ci penserà più. Oppure capirà e sarà il sogno dell’adulto che ha imposto il pane a svanire. Sarà intervenuta la variabile impazzita: l’insegnante sognatrice e rompiscatole, che avrà deciso deliberatamente di andare a fare il solletico alle sinapsi comatose di un bambino, il quale ha il diritto di sapere che può sognarlo il cucchiaino di Nutella (ed una volta all’anno può addirittura mangiarlo).

Certo, la vita non è Nutella, spessissimo è cenere, sempre perché l’uomo ha la pretesa di convincersi che non ottenere tutto quanto vuole, sia sinonimo di mancata realizzazione. Invece non esiste un solo sogno, uno, che non implichi una piccola porzione di riuscita.

Ecco, io non ho mai creduto al detto secondo cui “chi si accontenta, gode”; per me, semplicemente, “chi si accontenta, si accontenta”. Con ciò, però, non ho mai pensato di poter avanzare pretese rispetto al mio sogno che, magari, non riesce, non vuole, non  può realizzarsi.

Questo perché c’è un fatto, forse un trucco: nel percorso del “non smettere di sognare quel sogno”, si aprono le traverse laterali, la strada non resta mai un’unica arteria percorribile. Fingere di non vedere i vicoli è possibile, a volte sembrano tratturi impraticabili in effetti. E la meraviglia della curiosità serve per trovare il coraggio di svoltare, nonostante ciò.

E se si smarrisce la via del ritorno alla strada principale, che era il sogno da cui si era partiti? Significa che è andato tutto perso? È stato del tutto vano sognarlo, quel sogno?

Ha già risposto qualcuno, al mio posto.

“È proprio quella porzione di sogno, che se n’è volata via senza realizzarsi, a dare ai ruderi della nostra vita, come per certe statue monche dell’antichità, il pregio della riuscita” (Don Tonino Bello)

Ergo, inevitabilmente, prepotentemente, passionalmente, ardentemente… veramente: dai ruderi della nostra terra maltrattata, il sole che sorge luminoso.

Da un cucchiaino di Nutella, la risurrezione.

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FontePhoto credits: pixabay.com
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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.

2 COMMENTI

  1. Fortunatamente, una vita che cerca, da sola, di preservarsi dalle sindromi diabetiche e dall’ipercolesterolemia. Grazie a Dio, però, un cucchiaino ogni tanto. Buona giornata, Domenico.

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