«Ascolta la quiete, – diceva Margherita al Maestro, e la sabbia frusciava sotto i suoi piedi nudi, – ascolta e godi ciò che non ti hanno mai concesso in vita: il silenzio. Guarda, ecco là davanti la tua casa eterna, che ti è stata data per ricompensa. Già vedo la trifora e la vite che s’attorce e s’alza fino al tetto. Ecco la tua casa, la tua casa eterna. So che alla sera ti verranno a trovare coloro che tu ami, che ti interessano e che non ti inquieteranno. Suoneranno per te, canteranno per te, vedrai che luce ci sarà nella camera quando saranno accese le candele. Ti addormenterai, col tuo berretto consunto ed eterno, ti addormenterai col sorriso sulle labbra. Il sonno ti rinforzerà e i saggi saranno i tuoi pensieri. E mandarmi via ormai non potrai. Il tuo sonno lo proteggerò io».  

(M. Bulgakov, Il maestro e Margherita)

 

Margherita aveva trascorso la serata a bere pregiato vino rosso in ottima compagnia; mentre i fumi dell’alcol facevano il loro dovere, aveva pensato a quanto sarebbe stato bello se quella sensazione di lucidità le fosse appartenuta sempre, senza la necessità di affacciarsi all’alcolismo, cosa che certo non intendeva fare.

Non era affatto di ubriachezza molesta che si trattava, ma di uno stato imperniato di improvvisa chiarezza e sincerità.

Parlava e rideva con chi le faceva compagnia e, nel mentre, si accorgeva che era tutto semplice nella sua testa, limpido, senza macigni di pensieri, in assenza delle intere montagne franatele sulla schiena, dei pesantissimi sassi apparsi ad ostruirle il passaggio e, pure, il solo cammino.

In quegli occhi tremendamente azzurri ed espressivi, disegnati su lineamenti pallidi e curvilinei, delineati dalla dicotomia delle sopracciglia e dei capelli nerissimi, erano improvvisamente scomparsi l’egoismo, il qualunquismo, lo scetticismo e tutti gli ismi esasperati, che fino a poche ore prima avevano permesso ad una meravigliosa clessidra d’altri tempi, che lasciava scorrere manciate di secoli, di ridursi ad un ordinario orologio al quarzo con le batterie sciolte, senza lancette, senza ticchettio, incapace di restituire ancora il senso del tempo.

Sensazioni finte in una serata di estraneità rispetto al reale, durante la quale qualsiasi cosa avrebbe potuto accadere e lei non avrebbe potuto opporre resistenza.

Al di là di ciò che si consumava sul binario parallelo a quello dell’ebrezza e della contemplazione, che peraltro nulla era se non lo scambio di racconti ed opinioni in libertà, c’era l’idea (affatto affiorata) di quanto tutto fosse stato finto, da un certo punto in poi e fino a qualche giorno prima.

Doveva essere stata quella l’ubriachezza molesta, altroché il vino pregiato.

L’ammirazione, i complimenti, gli elogi, gli omaggi, i convenevoli, o tutto in un solo termine, le lusinghe, avevano portato a risultati inverosimili: voler pensare e non farlo, voler parlare e non farlo, voler ascoltare e non farlo, voler scrivere e non farlo, voler leggere e non farlo, voler suonare e non farlo, voler lavorare e non farlo. Lo smarrimento, la scomparsa, la perdita.

La stirpe della vanagloria: nulla che si potesse pensare, nulla che si riuscisse a dire, nulla che si lasciasse ascoltare, nulla che avesse senso scrivere, nulla che fosse sopportabile da leggere, nulla che fosse bello suonare, nessuna voglia di lavorare.

Mentre lo sciabordio di parole al tavolo fluiva straripando da qualsiasi argine, pensò e sottolineò che avrebbe dovuto diffidare di chiunque l’avesse fatta sentire in un angolo, poiché sebbene fosse nei posti senza riflettori che lei amava stare, anche lì esisteva un modo per non marcire e lei lo sapeva bene. Le piaceva, sì, vivere in disparte, ma non era certo nata per sentirsi messa in quella condizione.

In altri termini, vivere nell’angolo non doveva corrispondere al sentirsi messa nell’angolo, questa la sottile differenza.

A questo punto della storia, mentre mangiavano polenta e brasato, Margherita si sentì chiedere di chi pensava fosse la colpa, poiché era evidente dovesse esserci qualche responsabile.

– Mia, ripose, perché come ha scritto Nicholas Sparks: Ricorda, se qualcuno ti fa male una volta è colpa sua, ma se te ne fa due, la colpa è tua.

E non ci fu più ricompensa o casa eterna che tenesse: la verità era seduta a quel tavolo e guardava gli astanti restando in silenzio. Del maestro e di Margherita in Bulgakov nessuno avrebbe osato dubitare; di maestri e di Margherita in vita, invece, era tangibile solo la seconda e per quanto portasse il nome del fiore più bello del creato, non aveva certo mentori ad illuminarle il cammino.

Era l’unica e sola responsabile che durante il secolo di mai, nel mese di poi, avrebbe detto ciò che non diceva mai: grazie. Con il tono deluso ed incompreso di chi lo dice in modo tristemente ironico, conscio sempre ed incondizionatamente che grazie vada fatto più che detto. Chiunque impieghi tempo a dirlo, infatti, sistematicamente dimostra di perdere tutte le occasioni per farlo.

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FontePhotocredits: pixabay.com libera reinterpretazione Myriam Acca Massarelli
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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.

2 COMMENTI

  1. Certo che nessuno è nato per vivere in disparte e vivere in solitudine, ma Margherita ha provato la sensazione di essere accettata dagli altri con l’aiuto dell’alcol che disinibisce e rallenta i nostri freni inibitori permettendo un effluvio di parole. Forse non si rendeva conto di essere in uno stato di ebrezza e tutto le sembrava chiaro e sincero, ma l’alcol è una sostanza neurotossica e non c’è da fidarsi. La storia di molte persone legate al consumo di alcol è un rincorrere le sensazioni descritte nell’articolo, che portano lentamente verso la dipendenza, senza per questo ubriacarsi ogni volta ed essere molesti o violenti. Allora, viva la SOBRIETA’ che ci fa essere autentici.

  2. No, signor Nino, Margherita non beve e non pensa farlo sia una panacea. È talmente vicina all’essere astemia, che una serata in compagnia le basta per vedere l’obnubilazione ben oltre un bicchiere di vino. Nella sua parentesi di vita, era stata evidentemente la lusinga a creare uno stato di nebbia, rivelatosi ben presto per quello che era: una bugia, all’altezza di tutte le successive ed inevitabili considerazioni. Margherita, come ogni mio personaggio, resta un personaggio, ma essendo in qualche modo “figlia mia”, con cuore materno la difendo perché avendola partorita la conosco: è portatrice sana della sobrietà da lei giustamente decantata. Ed io apprezzo molto il suo messaggio, nonostante il fraintendimento, perché a sottolineare che l’alcol non può e non deve rappresentare una scappatoia, non si fa mai cosa sbagliata. La ringrazio e lo faccio anche a nome di Margherita, per averla fatta diventare portatrice di un messaggio sano.

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