«Non c’è paracadute nel pozzo senza fondo dell’abbandono»
(Alessandro D’Avenia)

L’uomo è l’essere più intelligente fra quelli creati, poiché dotato di struttura cerebrale atta a studiare le altre.

Otto ere geologiche orsono, durante una lezione di filosofia del diritto, nominarono allo studente Chicchessia un certo pensatore, che s’era detto conscio della grandezza umana (ergo della sua), dal momento che lui poteva guardare le stelle e pensarle, mentre loro non erano in grado di fare lo stesso, nonostante quell’essere immense.

Chicchessia ancora oggi direbbe di sì, il creato non pensa, l’uomo può. È grande quanto un granello, eppure ha un cervello di siffatta specie, mica inutile come, chessò, le cicale!

Che culo, appunto pensandoci, ce l’abbiamo un cervello e per questo siamo liberi; non soggetti al ciclo forzato di madre natura, sappiamo di dover crepare, ma abbiamo un encefalo superiore: alla faccia del bicarbonato di sodio!

Sempre Chicchessia, chiedendo la vostra clemenza, ora andrebbe ad analizzare la profonda stupidità proprio delle cicale, cosicché tutti possiamo sentirci, per il tempo di un articolo su OltreVerso, più fieri del nostro dono di umani regnanti e custodi.

Magicicada tredicim e magicicada septendicim, due cicale con il ciclo vitale di tredici e diciassette anni: non consce, poiché non senzienti, si adeguano al rispetto delle regole che il creato offre loro. Vivono come ninfa quegli anni sotto terra, succhiano la linfa dalle radici, dopodiché spuntano all’esterno e, per pochi giorni, vivono da insetto adulto, si riproducono, muoiono. Perché mai faranno qualcosa di così sciocco e cadenzato?

È presto detto: sopravvivenza della specie. Il loro più temibile nemico, infatti, è un parassita dal ciclo vitale di due anni e se quello delle cicale fosse parimenti un multiplo di due, le specie nemiche si troverebbero faccia a faccia ogni due, quattro, sei, blabla, anni.  Addio vita!

Orbene, se il ciclo vitale della cicala, invece, copre un numero di anni più alto e, più precisamente, figlio dei numeri primi, la piccolina incontra quel parassita pericoloso solo ogni trentaquattro anni.  Benvenuta vita!

Facciamo che la cicala è talmente stupida da affidarsi all’istinto, per sopravvivere. Talmente sciocca che, alla fine, ci riesce. Più semplicemente, per farlo, invece di procedere a forza di bricolage metafisici, conta. Intanto, gli zoologi con il cervello di cotanta enormità, ancora non se lo spiegano. Chicchessia, ovviamente, nemmeno ed ancor meno.

Orbene, noi?  Che facciamo noi grandi pensatori? Usiamo il cervello per capire, a parte tutto, che abbiamo un corpo composto da diversi organi e sappiamo bene che nessuno di quegli organi andrebbe maltrattato, così come nessuno degli organi di quelli della nostra stessa specie andrebbe prevaricato. Ma noi, ohibò, possiamo usare il cervello.

Abbiamo così imparato che, per esempio, la mano è un organo fine e complicato nella sua struttura, che permette all’intelligenza non solo di manifestarsi, ma di entrare in rapporti speciali con l’ambiente; l’uomo, si può dire, prende possesso dell’ambiente con la sua mano e lo trasforma sulla guida dell’intelligenza, compiendo così la sua missione nel gran quadro dell’universo.

Ottimismo montessoriano.

La verità, ad oggi non confutata, è che noi uomini, sulla guida dell’intelligenza, guardiamo la nostra mano ed entriamo in rapporti speciali con l’ambiente, con i nostri simili e dissimili prevalentemente in un modo: elucubriamo il sistema migliore, come potessimo averne uno più degno di quello offertoci dal Caso, ne facciamo arma a nostro esclusivo favore e schiaffeggiamo, ex abrupto, gran parte del resto e del prossimo; fingiamo di non sapere che, così facendo, compiamo sì la nostra missione nel gran quadro dell’universo, ma quella che abbiamo scelto autonomamente: annientare.

Massì, mentre le stupide cicale difendono la specie e muoiono senza uccidere i propri simili, noi che siamo superiori procediamo sul nostro cammino di conquista: usiamo ed usiamoci quando abbiamo bisogno di colmare i nostri buchi neri, camminiamo insieme ad ogni costo, raggiungiamo il potere,  pensiamo che “posso e quindi faccio”, arriviamo a sentirci ancora una volta forti di quello che abbiamo ottenuto ed in quell’esatto istante diamo la nostra eccelsa pennellata artistica.

Mettiamo su carta lo schiaffo che diamo, dipingiamo su tela le porte sbattute in faccia, facciamocelo un disegnino del rumore provocato: che, se non le guardiamo negli occhi le cose,  non siamo capaci di capire un benemerito niente di quello che causiamo.

Però siamo intelligenti: non a caso, a guardare in faccia i resti delle nostre azioni, non ci andiamo. Mentre l’uomo assassino torna sempre sul luogo del delitto (perché probabilmente è un cretino? Non lo darei per assunto…), l’uomo potente non lo fa poi così sovente. Più spesso uccide con astuzia, in modo da non finire in galera: tornare a controllare per davvero non ha poi troppa utilità. Anzi, potrebbe essere un male, perché non è il cervello a renderci migliori, ma la coscienza: e tutti, tutti, finanche l’ultimo dei reietti, ne ha una.

Chiunque, che sia il primo degli sbagliati o l’ultimo dei giusti, è da lei che deve scappare, o è lei che deve acquietare. Il fine giustifica i mezzi ed assolve dalle responsabilità altre. Improvvisamente.

Ed ora che la parentesi di OltreVerso, per oggi, ha fallito miseramente nell’intento di dimostrare l’egemonia dell’uomo rispetto al resto delle specie, provate a pensare a quanto riderebbe la cicala, se avesse modo di leggerci e pensarci.

Chicchessia, attraverso la mia penna, avrebbe potuto scrivere di analfabetismo funzionale, visione sincretica, prodromi dell’io e molto altro ancora.

Invece sta solo notando che finisce sempre per pensare agli insetti quando il plotone di esecuzione mira e centra il bersaglio; dev’essere che muore davvero e, sotto terra, incontra solo gli insetti disposti a parlargli davvero a suggerirgli la didascalia perfetta per descrivere in quattro parole, il motto dei superiori:

Mors tua, vita mea. E di smentita, smentita davvero, neanche l’ombra.

Siamo decisamente ingegnosi, assennati, geniali, giudiziosi, avveduti, direttivi: migliori, non c’è che dire.

Siamo esseri umani noi, abbiamo il cuore.

Concedetemi, come spesso accade, l’insolenza di turno, che cela tutta la mia vergogna: sticazzi!

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FontePhotocredits: pixabay.com libera reinterpretazione Myriam Acca Massarelli
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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.

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