«Ho una fiducia così grande: non nel senso che tutto andrà sempre bene nella mia vita esteriore, ma nel senso che anche quando le cose mi andranno male, io continuerò ad accettare questa vita come una cosa buona»

(Hetty Hillesum)

Oggi parliamo di solitudine. La solitudine di chi comanda. La solitudine di chi è tenuto ad assumere decisioni che, nella migliore delle ipotesi, accontenteranno metà delle persone interessate e scontenteranno tutte le altre.

Parliamo della solitudine che non si può difendere dalla maldicenza, quella che colpisce sempre alle spalle, che è strisciante, subdola, sempre vigliacca, capace di replicarsi all’infinito e in tempo reale, senza che alla vittima sia data alcuna possibilità di difesa se non, appunto, quella di una silente solitudine.

Parliamo delle Istituzioni, a qualsiasi livello, le stesse per cui l’Italia pratica il principale sport nazionale: quello della demolizione. Ci vantiamo di essere medaglia olimpica nell’arte di parlar male di chi ci governa e dimentichiamo che ogni popolo ha i governanti che si merita: che ha espresso, che ha votato e rivotato; lo stigmatizza bene Roberto Gervaso: «Nelle democrazie, i governanti raramente sono peggiori dei governati».

Parliamo dei medici che oggi sono eroi e che ieri invidiavamo perché “lavorano poco, guadagnano tanto e sono i primi evasori”: ma quelli onesti, quelli che hanno perso la vita per curare i loro pazienti, quelli non c’erano anche prima? Ci voleva il Covid-19 perché lo scoprissimo?

Parliamo dei volontari che oggi sono angeli e ieri erano “buonisti”. Ma dov’eravamo noi mentre, sgranando rosari intonsi e brandendo vangeli mai letti, qualcuno gridava “prima gli Italiani”? Noi, gli stessi che ora gridano allo scandalo se altri ci dicono: “Prima qualcun altro, gli Italiani si arrangino, possono aspettare, aiutiamoli a casa loro”.

Parliamo della Scuola? Vabbè, su questa taccio per fatto personale: tanto chi la conosce sa bene che sforzo sta producendo in questi mesi; quanto a chi parla per pregiudizio, vabbé, si sa: docenti e presidi sono sempre stati in vacanza, figuriamoci adesso!

Lo so, Confucio insegna che la pazienza è potenza. Ma io sono debole, la mia pazienza è impaziente. Il tempo è breve ed io vorrei morire lasciando il mondo un pochettino migliore di quanto l’ho trovato. Lo so, sono un presuntuoso, ma non posso fare a meno di odiare i maldicenti: e preferisco peccare di presunzione che restare indifferente. Gramsci docet.

Einstein sosteneva che, se avesse avuto un’ora di tempo per salvare il mondo, avrebbe speso i primi cinquantacinque minuti ad analizzare fino in fondo il problema e gli ultimi cinque a indicare la soluzione. Visto che non tutti siamo Einstein, e di certo non lo sono io, possiamo forse trovare una luce nel suggerimento di Dietrich Bonhoeffer: «Essere per gli altri è l’unica esperienza di trascendenza. La trascendenza consiste nel tu più prossimo».

Oppure potremmo ascoltare il consiglio di Franklin Delano Roosevelt, uno che, considerato che è stato eletto per quattro volte presidente degli Stati Uniti, di solitudine di chi comanda doveva saperne qualcosa: «Fai ciò che puoi, con ciò che hai, dove sei».

Caro lettore, adorata lettrice, per quanto mi riguarda, io ho scelto. Io sto con don Tonino, che di cognome faceva Bello:

«Salvami dalla presunzione di sapere tutto.

Dall’arroganza di non ammettere dubbi.

Dalla durezza di chi non tollera ritardi.

Dal rigore di chi non perdona debolezze.

Dall’ipocrisia di chi salva i princìpi e uccide le persone».

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