Ad Andria, fra aprile e maggio, sostanzialmente nel giro di un mese mezzo, si terranno 3 festival. Si tratta di “Primavera pedagogica. Chieducachi”, festival alla sua terza edizione dedicato alla pedagogia; “Game”, alla sua seconda edizione, dedicato al gioco, fumetto e cosplay; “Festival della Disperazione”, anch’esso alla sua seconda edizione, dedicato alla letteratura e al sentimento che porta nel nome.

Sono festival, come è facile notare, radicati in ambiti molto diversi fra loro, che pur potendo pescare in un bacino d’utenza di medie dimensioni, sono riusciti a proporre programmazioni di buon livello e a registrare numeri affatto trascurabili. Del resto stiamo parlando di manifestazioni che costano ciascuna diverse migliaia di euro. Sono soldi che le associazioni organizzatrici – nello specifico la Cooperativa Trifoglio, l’Associazione Ulisse e il Circolo dei Lettori di Andria – mettono insieme contando sostanzialmente sulle proprie forze, e l’aiuto di sponsor particolarmente illuminati. Se non ci fosse riscontro di pubblico, dunque, non potrebbero esistere.

Provando a scendere nei particolari, la “Primavera pedagogica” è iniziata il 22 marzo. Come per le passate edizioni prevede un ricco programma d’incontri, mostre, workshop, presentazioni di libri, che si dipanerà per i prossimi 3 mesi. Il tema quest’anno è “Educazione e/è futuro” e sarà sviluppato, nei suoi primi giorni,  in momenti come la mostra interattiva “Da un capo all’altro”, il laboratorio di scrittura fantastica di Gianluca Caporaso, giochi allenamente di Carlo Carzan e la pedagogia della scoperta di Andrea Mori. Se si tiene conto che nell’edizione 2017 si sono tenute 5 lezioni magistrali, 3  laboratori (da diversi giorni ciascuno), 3 momenti di dialogo e confronto e 2 di mostra e cinema, c’è da aspettarsi un nutrito cartellone anche quest’anno.

“Game” invece nasce con l’intento di unire le comunità degli appassionati del mondo dei giochi, videogames, rievocazioni, cosplay, giochi di ruolo dal vivo. Una fiera pensata sul modello di “Lucca Comics” che prevede attività ludiche, musica, stand per gli espositori del settore, concorso per cosplayer, incontri letterari, incontri dedicati al fumetto, all’illustrazione, rievocazioni fantasy e medioevali, incontri con attori e doppiatori. L’edizione 2018 si terrà il 12 e 13 maggio e punta a consolidarsi, accaparrandosi una fetta di un mercato in piena espansione.

Infine il “Festival della Disperazione”. Un festival unico nel suo genere che alla sua prima edizione era già riuscito ad attirare l’attenzione della stampa e dei media nazionali. Una manifestazione composta nel 2017 da 7 incontri principali, fra cui quelli con gli scrittori Francesco Piccolo e Carlo Lucarelli, e una serie di extra come un coro costruito sulle lamentele (Il coro dei Malcontenti), un corso di rassegnazione, un concerto e 2 mostre. L’edizione 2018 si svolgerà il 4, 5 e 6 maggio,ed  è imminente l’uscita del nuovo programma che si preannuncia ancora più ricco di quello passato.

Tre festival culturali, in un arco di tempo così ridotto, dedicati ad ambiti tanto variegati, sono di per sé un accadimento non comune  di cui essere contenti. Tuttavia c’è da esserlo ancora di più se si tiene conto del contesto in cui tale accadimento avviene.  Succede ad Andria, una città di provincia del Sud Italia, in una regione quart’ultima in Italia per numero di lettori, da cui 4 studenti universitari su 10 scelgono di andare via, in una provincia al 94esimo posto per qualità della vita.

Si potrebbe dire, parafrasando un vecchio detto, che Andria è un posto in cui, visti i dati, lavorare con la cultura è impossibile, ma i ragazzi di Andria non lo sanno e organizzano i festival lo stesso. Scherzi a parte, ciò che succede in questa città in questo frangente – e sono pronto a scommettere che non è l’unica – è qualcosa che sconfessa completamente tutta la retorica con cui sempre viene dipinta la realtà meridionale. Una realtà che si vuole fiacca, appiattita, piagnona, votata all’assistenzialismo, condannata alla morte civile.

La verità invece, come dimostra la primavera dei festival andriesi, è che in un contesto spesso desolante, resistono delle piccole e ostinate porzioni di società civile – delle minoranze etiche – che se pur consce cinicamente del posto in cui vivono, decidono di provarci lo stesso. Lo fanno a proprio rischio e pericolo, senza avere basi solide e in maniera quasi sempre azzardata, di qui la loro fragilità, ma anche il loro valore simbolico.

Sono esperienze  necessarie alla costruzione di una retorica positivista da contrapporre a quella negativista e deprimente oggi egemone. Ed ogni volta che un’esperienza simile finisce non è semplicemente un evento che viene a mancare all’offerta culturale,  ma un tentativo di mobilitazione che viene soppresso. Ecco che come minimo, nei confronti di tali proposte, bisognerebbe usare più attenzione, e certe congiunzioni felici farle notare.

Farlo, magari, con la stessa fiduciosa meraviglia di Tolstoj, quando nell’incipit di “Resurrezione”, faceva notare che “per quanto gli uomini si sforzassero, radunandosi a centinaia di migliaia in un posto piccolo, deturpando quella terra sulla quale si eran stretti, per quanto soffocassero la terra di pietre perché niente, in lei, nascesse, per quanto estirpassero ogni erba che spuntava, per quanto esalassero fumo di pietra, di carbone e di nafta, per quanto tagliassero alberi e cacciassero tutti gli animali e gli uccelli, la primavera era primavera anche in città”.


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Andrea Colasuonno
"Andrea Colasuonno nasce ad Andria il 17/06/1984. Nel 2010 si laurea in filosofia  all'Università Statale di Milano con una tesi su Albert Camus e il pensiero meridiano. Negli ultimi anni ha vissuto in Palestina per un progetto di servizio civile all'estero, e in Belgio dove ha insegnato grazie a un progetto dell'Unione Europea. Suoi articoli sono apparsi su Nena News, Lo Straniero, Politica & Società, Esseblog, Rivista di politica, Bocche Scucite, Ragion Pratica, Nuovo Meridionalismo.   Attualmente vive e lavora a Milano dove insegna italiano a stranieri presso diversi enti locali".