Graphic novel: genesi di un successo

 

L’Arte oltrepassa i limiti nei quali il tempo vorrebbe comprimerla e indica il contenuto del futuro

(Vassily Kandinsky)

Nella Divina Commedia Dante ricorda l’antica leggenda della profetessa Manto che, costretta a scappare da Tebe, si fermò al centro di una palude per piangere lacrime amare. Da quelle lacrime nacque un lago e poi una città che, in suo onore, fu chiamata Mantova. Una storia che si respira ancora oggi per le vie della Città, una città che è sempre stata piccola, defilata dalle logiche del potere internazionale ma che, grazie alla raffinatezza dei suoi sovrani, i Gonzaga, ha saputo trasformarsi in uno dei grandi gioielli del Rinascimento. Giulio Romano, Andrea Mantegna, Torquato Tasso, grandi letterati e grandi pittori sono passati per Mantova, chi in cerca di affermazione, chi di fuga, sempre in cerca di una ragion d’essere nella propria arte.

Sospesi fra tempere e metriche, sono molti gli scrittori e i pittori che hanno cercato un punto d’unione tra immagine e parola, come Alberto Savinio, Emilio Tadini e, perfino, Eugenio Montale che realizzava bellissimi acquerelli accanto alle sue poesie. Ma chi ha perseverato e sperimentato di più in questo senso è, senz’altro, Dino Buzzati. L’autore de Il deserto dei Tartari si definiva un pittore con l’hobby della scrittura, aveva abituato il suo pubblico alle illustrazioni che spesso corredavano racconti e articoli per il Corriere della Sera. Ma nel ’69 il borghese Buzzati fa qualcosa di rivoluzionario, il suo nuovo romanzo è rock, politicamente scorretto e completamente composto da disegni. S’ intitola Poema a fumetti ed è la rilettura contemporanea del mito di Orfeo ed Euridice, dove Orfeo, in arte Orfi, è un cantante rock che perde la sua amata Eura in una strana villa del centro di una Milano mai così visionaria. Sfogliando il poema ci si rende subito conto che non si tratta solo di strisce, ma di un percorso molto più profondo, quasi una sorta di una seduta psicanalitica per figure, in cui Buzzati parla con lucidità di se stesso, della sua passione per la Pop Art di Andy Warhol, del suo rapporto con il sesso e anche con la morte che lo avrebbe chiamato da lì a poco.

Come Giulio Romano voleva liberarsi della pesante eredità del suo maestro Raffaello, così Will Eisner vuole scrollarsi di dosso il macigno di The Spirit, il supereroe mascherato che lo ha reso famoso. E lo fa sbattendo l’occhio del lettore nella realtà di Contratto con Dio. Il set del fumetto è il Bronx, quel pezzo scuro e sudicio di New York, abitato da palazzi gonfi di immigrati e gente comune. Si ispira apertamente a Buzzati, il niente a tutta pagina, poco spazio per i dialoghi, si allontana dall’emulazione artistica alta per condurre gli astanti negli inferi di una società impregnata fortemente da vignette e disegno.

In America, dopo Eisner, gli autori dei fumetti cominciano ad accorgersi delle cose che li circondano, mentre in Italia la Graphic Novel individua il suo protagonista, il suo riferimento, in un ragazzo pugliese, infiltrato tra i cortei studenteschi, nell’exploit culturale bolognese. Il suo nome è Andrea Pazienza.

La Graphic Novel, oggi, non è più un gioco, tutt’altro. Non a caso la critica l’ha definita la nona arte. Tutto cominciò nel ’92 quando Maus, opera di Art Spiegelman, appassionante rivisitazione per immagini dell’olocausto, vinse il Pulitzer nonostante non fosse inclusa in alcuna categoria tradizionale, successo che, certamente, contribuì ad abbattere molti steccati. Aveva ragione il critico cinematografico, Goffredo Fofi, nel definire la Graphic Novel ‘il campo più espressivo del momento’ e lo è tuttora grazie ad artisti come Manara, Mattotti, Zerocalcare e tanti altri.

Graphic Novel o fumetti, cose da adulti o da ragazzini. Forse non c’è differenza, tutto è rinchiuso in una gabbia di pietra, più stretta di una pagina di Frank Miller. Forse i generi stessi non esistono, esistono solo le belle storie.