Una donna che aveva al seno un bambino disse: Parlaci dei Figli

“Una donna che aveva al seno un bambino disse: Parlaci dei Figli”.

(Khalil Gibran)

È con questa affermazione, posta sulle labbra di una madre, che il poeta e filosofo libanese Gibran dà inizio a un capitolo del suo libro Il Profeta, dedicato proprio ai figli.

Ecco la risposta che il profeta dà lapidariamente a quella madre: «I vostri figli non sono i vostri figli. Sono i figli e le figlie della brama che la Vita ha di sé. Essi non provengono da voi, ma per tramite vostro, e benché stiano con voi non vi appartengono».

Chissà come si sarà sentita quella donna al sentire queste parole. Forse si sarà arrabbiata o forse se ne sarà andata, trovando inconcepibile il fatto che quella creatura che aveva custodito per ben nove mesi nel suo grembo fosse definita “non sua”.

O forse sarà rimasta ad ascoltare in silenzio e con attenzione il prosieguo del discorso del profeta: «Potete dar loro il vostro amore ma non i vostri pensieri, perché essi hanno i propri pensieri.
Potete alloggiare i loro corpi ma non le loro anime, perché le loro anime abitano nella casa del domani, che voi non potete visitare, neppure in sogno.

Potete sforzarvi d’essere simili a loro, ma non cercate di renderli simili a voi.

Perché la vita non procede a ritroso e non perde tempo con il giorno già trascorso.

Voi siete gli archi dai quali i vostri figli sono lanciati come frecce viventi.

L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito, e con la Sua forza vi tende affinché le Sue frecce vadano rapide e lontane.

Fatevi tendere con gioia dalla mano dell’Arciere; perché se Egli ama la freccia che vola, ama ugualmente l’arco che sta saldo».

Parole come queste per alcuni genitori apprensivi sarebbero state come pugni nel petto, per altri invece incoraggiamento ad avere fiducia in quell’Arciere con quale hanno partecipato al fine di indirizzare il più lontano possibile e nel migliore dei modi le frecce.

La persona comunque non può mai essere un possesso, neppure nel caso del figlio. Ogni creatura è sempre una sorpresa, frutto dell’infinita bontà e amore del Creatore, pur recando al suo interno il marchio fisiologico dei genitori. In questa luce l’educazione è importante come lo è la famiglia. Tuttavia il destino di un figlio non sarà mai il frutto puro e semplice del contesto in cui è vissuto né tanto meno l’oggettivazione dei sogni e delle attese dei genitori.

I genitori possono solo impegnarsi con tutte le forze per far brillare valori e capacità dei loro figli, ma devono essere anche pronti ad accettare la via che essi imboccheranno, forse differente da quella sperata da loro.

Lo psicanalista italiano Massimo Recalcati scrive queste righe a proposito: «Uno dei compiti della genitorialità è di lasciare andare i figli senza avere progetti su di loro che diventano destini, spesso con esiti molto infelici. La nostra è una responsabilità illimitata senza proprietà nel senso che noi non siamo i proprietari della vita dei nostri figli. Per cercare di svolgere il nostro “compito impossibile” la cosa migliore che possiamo fare è essere al servizio dei talenti e delle inclinazioni dei nostri figli dando loro fiducia e facendo loro una promessa che è l’eredità che possono raccogliere. La promessa che possiamo fare loro è che se seguiranno i loro desideri avranno soddisfazione nella vita. Ed è una promessa che dobbiamo testimoniare con i nostri atti. Il genitore non è colui che è convinto di sapere e possedere e spiegare il senso della vita. Il senso della vita va ricostruita dal basso, “dai piedi”, nella dimostrazione con la propria vita che si può stare al mondo con soddisfazione, vitalità, forza e pienezza. Essere genitori vuol dire barcamenarsi con la bussola del desiderio per quello che si fa e per il partner. Il dono della libertà però ha senso solo se c’è stata l’accoglienza prima, non può esserci “Vai” senza un “Eccomi” a cui poter tornare sempre».