…attenendosi alla giusta misura

Ci si ritrova sempre a parlare molto della morte e poco della vita. Noi cristiani facciamo fatica a concepirla, ad interiorizzare che l’uomo è mortale, “Thanatos”, dicevano i greci. I greci prendevano la morte sul serio perché faceva parte della vita al pari della sofferenza e della gioia, appartenevano alla vita. Mi spiego: l’uomo per loro era un essere mortale ed era chiaro che prima o poi avrebbe dovuto soffrire per morire. Non si muore perché si deve morire, ci si ammala perché si deve morire.

Ma ciò che ci rende nervosi e insoddisfatti è non aver capito ancora che la felicità si conquista attenendosi alla giusta misura. I greci la conoscevano perché si sapevano mortali. Noi cristiani la conosciamo meno perché non ci accontentiamo della felicità, ne pretendiamo una eterna. E di eterno non abbiamo né possiamo avere nulla, vivere ci consuma.

Quando ti ho conosciuta avevi dei capelli rossi lunghi, il tempo era quello di 25 anni fa, più spensierato e sereno. Per la prima volta ci siamo visti in Irlanda nella contea di Kerry, a Kenmare dove io e altri amici in moto ci eravamo fermati per una sosta, faceva freddo nonostante fosse maggio.

Eravamo diretti a Waterville dove andava spesso in villeggiatura Charlie Chaplin, gli hanno eretto una statua a grandezza naturale, si trova lungo la strada che attraversa il villaggio, nello spazio verde tra la spiaggia e le case. Un posto pieno di piccoli ristoranti dove si poteva mangiare del pesce fresco, spendendo poco come nella mia Puglia. Passeggiare sulla spiaggia era incantevole, mi faceva sentire parte di un tutto che per immensità mi era parso sempre distante. Quello era un luogo in cui magicamente sembrava esaurirsi la bellezza del mondo. Mi muovevo affannato, rincorrevo gli istanti perché sapevo e so che è solo la vita a muovere mentre noi siamo solo il suo movimento. Non mi volevo ribellare ad un cuore che bruciava per un’alba che sicuramente non sarebbe stata l’ultima.

Eccoti, gli occhi verdi, grandi, un viso dolce, le mani piccole. Avevi notato il mio pacchetto di sigarette, quelle che fumavi anche tu, e il mio bicchiere di vino che portavo in mano. Ero perduto in quell’incanto. In inglese mi hai chiesto di offrirti una sigaretta, io mi sono girato per dare forma alla tua voce e ti ho vista. I miei amici brilli ululavano come dei deficienti e lo erano. Mi hai chiesto di dove fossi e dove fossimo diretti. Ti ho risposto a Cahersiveen e poi a Killorglin e infine a Cill Airne, in moto. La tua risposta è stata “allora sei un folle?!?”. Io invece non ero un folle o un illuminato ma solo un giovane uomo che viaggiava per non tornare dove una casa nascondeva la bellezza del tutto.

Avevi perso tuo fratello minore, i tuoi genitori erano separati e vivevi con tua nonna in Inghilterra. Studiavi medicina. Viaggiavi anche tu. Sei salita in sella e sei partita con noi. Abbiamo parlato del vento, del mare, della terra, della vita, tutto sembrava inesplorato. Mi chiedevi di Fellini ed io ti sorprendevo dicendoti che lo consideravo un regista sopravvalutato ma uomo intelligente che i suoi film era talmente personali da essere incomprensibili. Ti ho filmata con la mia videocamera, ti ho scattato delle foto. Ovunque tu fossi c’era una luce particolare, una briciola che ricordava il buono del pane.

Non è rimasto nulla, solo ricordi. Leggo di un calciatore giovane che è morto di cancro, si è meritato la vita, ha lottato. Lo hai fatto anche tu. E in tutto quel dolore non c’era Dio, lui era nella distanza che c’era tra me e te, piccola, era tra noi due, era noi due. Quando eravamo per mano, tutto pesava la metà. L’amore è potente, è eterno.