“Richard Jewell“ si lascia guardare con empatia e coinvolgimento

“Richard Jewell“ di Clint Eastwood segna, ancora una volta, il tratto distintivo di un uomo grande non solo d’età (89 anni) ma, anche e soprattutto, di spunti riflessivi. Cavalcando l’onda delle true stories, Eastwood si ispira ad un articolo giornalistico di Marie Brenner per portare davanti al pubblico una pellicola tecnicamente sublime e psicologicamente toccante.

La candidatura all’Oscar di Kathy Bates nel ruolo di “attrice non protagonista“ è una chicca di cui si fregia l’opera, “Misery non deve morire“ qui viene traslitterato nel rapporto madre/figlio che intrattiene con il protagonista Paul Walter Hauser e con il suo avvocato Sam Rockwell, lontano dal maniaco sessuale de “Il miglio verde“ soltanto nelle vesti ma non nella smisurata bravura che contorna il film di affreschi neo-realistici.

Il flashback alle Olimpiadi di Atlanta del 1996 è descritto da Clint Eastwood con sconcertante maestria e disarmante attualità, terrorismo odierno che rammenta l’attacco dinamitardo dell’epoca. Richard, l’antieroe con un piccolo ritardo mentale o, forse, con l’estrema e profonda sensibilità dell’americano medio, l’uomo della Security che ritrova quei 15 minuti di celebrità tanto cari ad Andy Warhol, quel potere mediatico che logora chi non ce l’ha, ricordo andreottiano che scala le gerarchie sociali del Federal Investigation Bureau, trionfo e declino di una persona svenduta come carne da macello, rappresentazione di un soggetto che pare essere disegnato da Botero, buffe fattezze ma animo fino.

La sceneggiatura di Billy Ray e la produzione, fra gli altri, di Leonardo DiCaprio e Jonah Hill sono il marchio di qualità di un’arte cinematografica che non trascura nulla, il dettaglio caratteriale che, sin dal primo frame, cura minuziosamente il climax degli interpreti. Il cinico pentimento di Olivia Wilde smaschera gli occhioni azzurri della ormai matura pin-up di “The O.C. “ e “Alpha Dog“. La barretta di Snickers e il centone di dollaro incarnano quel favoritismo clientelare che, dopo, si trasformerà in amicizia, nella probante innocenza che sfugge dalle logiche del do ut des.

“Richard Jewell“ si lascia guardare con empatia e coinvolgimento, individua un senso di appartenenza a valori più alti, un’etica che ci sovrasta insegnandoci che non sempre legge e giustizia procedono di pari passo.

 


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Miky Di Corato
Iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Puglia, ho iniziato a raccontare avventure che abbattono le barriere della disabilità, muri che ci allontanano gli uni dagli altri, impedendoci di migrare verso un sogno profumato di accoglienza e umanità. Da Occidente ad Oriente, da Orban a Trump, prosa e poesia si uniscono in un messaggio di pace e, soprattutto, d'amore, quello che mi lega ai miei "25 lettori", alla mia famiglia, alla voglia di sentirmi libero pensatore in un mondo che non abbiamo scelto ma che tutti abbiamo il dovere di migliorare.

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