“Quando a sedici anni suo fratello muore, la protagonista deve adattarsi ad una realtà completamente nuova”

María Eugenia Álvarez Rico, nata nel 1972 a Oviedo, in Spagna, è autrice di una trilogia che lei stessa presenta come dedicata alle passioni: “Los amantes tristes”, che celebra l’amicizia, “La muerte blanca”, consacrata all’amore fraterno, e “La edad secreta”, inebriata dal profumo dell’amore carnale.

In particolare, “La muerte blanca” ha vinto il Premio Azorin 2002 ed è di recente stata tradotta in italiano da Sebastiano Gatto, per le edizioni Elliot, all’interno della collana “Scatti”.

Ecco, appunto: scatti, mai scelta fu più felice!

Perché “La morte bianca” non è un mero racconto, nemmeno un romanzo nel senso proprio del termine: a me pare una sequenza di scatti, mentre la Rico lo definisce – non saprei dire quanto a ragione – una sorta di capostipite del genere autofiction.

Ho letto questo “romanzo” con viva curiosità, perché ho avuto modo di ascoltare dal vivo l’autrice, durante una presentazione, e perché attratto dall’incipit folgorante: “Se mio fratello non fosse morto io non sarei chi sono, né scriverei quel che scrivo”.

Un romanzo, come si vede, che inizia dalla fine – e la Rico cita in esergo Alcmeone: “Gli uomini muoiono perché non possono unire la Fine con il Principio” – e che ha il non comune coraggio di sbattere in faccia al lettore, sin dalle prime battute, quel che saranno trama e ordito della narrazione.

Senonché questa, come si accennava, è piuttosto una serie di scatti, a volte giustapposti, il più delle volte tramite dei flashback, ma anche questi senza apparente ordine, come in una scatola di fotografie, in cui ogni foto salta fuori a narrare un’ora, un giorno, forse solo un istante.

Scelta di sicuro accattivante, ma che non mi ha convinto fino in fondo, almeno per come è stata interpretata.

C’è da riconoscere che ci sono passaggi de “La morte bianca” che ti ammaliano per la loro bellezza. Altri, però, ti lasciano con un senso di vuoto: come davanti alla promessa non mantenuta di un pranzo luculliano.

Tra i primi vorrei citare: “Che mi anestetizzino con le parole. Perché, alla fine dei conti, le parole sono l’unica medicina che abbiamo per la malattia che si chiama Morte” (p. 89); o ancora: “Tutto quello che facciamo lo facciamo per non morire. Per questo scaliamo montagne, per questo scriviamo libri, per questo abbiamo figli. Facciamo tutto per non morire, eppure ogni cosa ci avvicina alla morte” (p. 116).

Tra le seconde, mi limito a riportare l’inclusione che chiude il libro: “So solo che non sarei chi sono se non fossi morto e che preferirei più di qualsiasi altra cosa non essere chi sono e che tu fossi quello che sei stato” (pp. 149-150).

Sì, la sensazione finale è di un’idea brillante, ma non compiuta sino in fondo. Una intuizione che lascia l’amaro in bocca. La “cronaca di una morte annunciata” che avrebbe potuto offrire di più, se solo “fosse quella che è stata”: il morire di chi vive attraverso la memoria continua, ossessiva, asfissiante della vita di chi è morto, ché questo vorrebbe, per inciso, suggerire il titolo del romanzo.

Nondimeno, quella esposta sin qui è solo la modesta opinione di chi scrive: il lettore potrà farsene una propria.

Dopo tutto, restano consolatrici le parole di Sartre, che la Rico cita in terza pagina: “Scrivere delle cose più oscure è un atto ottimista, perché implica la loro conquista”.

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E. Rico, La morte bianca, Elliot, Roma 2019, pp. 151, €16,00, ISBN 978-88-6993-837-5


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Paolo Farina
La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba.Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...