«Muovesi l’amante per la cos’amata come il senso e la sensibile e con seco s’unisce e fassi una cosa medesima. L’opera è la prima cosa che nasce dell’unione. Se la cosa amata è vile, l’amante si fa vile. Quando la cosa unita è conveniente al suo unitore, li seguita dilettazione e piacere e sadisfazione. Quando l’amante è giunto all’amato, lì si riposa. Quando il peso è posato, lì si riposa. La cosa cognusciuta col nostro intelletto»

(Leonardo Da Vinci)

Insegnare, nel backstage, all’inizio diventava una specie di corsa al posto: quello contava, avere nuovamente la cattedra, una qualsiasi, il che tradiva la precarietà del lavoratore, ma anche quella degli allievi a cui, al contrario di tante belle chiacchiere, non veniva mica garantita la continuità (specie se si fosse parlato di sostegno e potenziamento).

Perché Libera ci pensava? Perché aveva la fortuna di lavorare da diverso tempo con le stesse classi e vederle crescere, vederle anche fisicamente cambiare, osservarle nella loro trasformazione e sentire che il legame si gonfiava ogni anno, era impagabile.

Quel giorno era in una sede tipica di comunità montana: era proprio dura arrivarci. Da sempre. Eppure, ancora da sempre, entrava lì e trovava la pace. Era con la sua classe quinta… quanto erano piccoli quando li aveva “presi in consegna” la prima volta! Ora erano dei giganti, avevano mutato la profondità dello sguardo, sapevano perfettamente come prenderla, non sbagliavano un colpo.

Conservavano le loro abitudini, gioivano perché il mercoledì facevano mensa insieme e oramai sapevano benissimo che a Libera piaceva la pizza, servita sempre quel giorno dacché si erano conosciuti.

Stante tutto ciò, certo non si stupirono quando si accese la LIM con il trionfo della Guernica di Picasso. No, Libera non insegnava storia dell’arte, ma da sempre cercava di arrivare al suo scopo utilizzando il bello, o l’idea che lei del bello aveva. Ed i suoi alunni erano diventati eccellenti in questo: afferravano il centro anche quando non avevano mai visto un’opera e, soprattutto, erano lì assetati di sapere e poi capire dove Libera volesse andare a parare.

Quella lezione fu intensa, grande quasi quanto la maestosità della tela oggetto di tutto, Libera non poté tacere un minuto, le domande erano continue, incalzanti e si trasformavano in pareri, interpretazioni, proposte di lettura. Il sogno di qualsiasi insegnante che si rispetti.

Avevano rimandato la prosecuzione alla lezione successiva, perché la fame di comprensione di quella classe era davvero troppa e troppo profonda per esaurirsi così… Libera, quindi, tornata a casa, mentre la sua vita personale si svolgeva normalmente, non faceva che pensare al modo giusto per sfamare quelle anime.

Era lì che guardava in faccia Picasso in una foto sul web, quasi a chiedergli una mano… lui non parlava e lei cercava di strappargli suggerimenti anche dalle rughe di espressione.

Nel nel mentre di questo monologo le arrivò un messaggio:

– Alberto Angela, che fa sangue a molte, in tv parla di Raffaello. Ad altre fa molto più sangue Raffaello.

Era evidente che il mittente sapeva benissimo a quale categoria appartenesse Libera, che accolse la cosa con un gran sorriso fino alla notifica di un altro messaggio.

– Su Rai uno Leonardo e La Gioconda. Ma, questa volta, a corredo c’era un fermo immagine: un telo bianco era come caduto giù dalla tela e Libera rimase incantata.

La Gioconda s-velata, con quello sguardo sornione che solo lei al mondo possedeva e lasciava nettamente trasparire la fierezza di chi, da dietro al velo finalmente tolto, diceva solo “Buonasera”, con la conscia fierezza di chi sa di aver sempre occupato quel posto ed è consapevole del fatto che l’unico a perdere, fino a che l’avevano tenuta celata, era stato lo spettatore.

Una grandezza inaudita, una bellezza spasmodica, un amor proprio da invidia.

Libera rimase così a fissare quel fermo immagine e si disse che una volta passata a miglior vita, per quanto già fosse certa di sapere a chi Leonardo pensava quando dipinse, sarebbe diventata sua amica al punto tale da fargli confessare comestesse pensando. In che modo, a cosa di quel certo chi, perché.

Tutto, voleva sapere tutto. Aveva la stessa fame dei suoi alunni davanti alla Guernica: ma se Picasso si ostinava a tacere, a Leonardo no, non lo avrebbe lasciato fare.

Libera portava una Perla in seno e Da Vinci, prima o poi, avrebbe sciolto ogni nodo, così come in tv avevamo lasciato cadere quel velo.


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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.

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