Ceruti ci invita a lavare la nostra mente con le acque dell’odierna epistemologia

In un momento critico per le sorti dell’umanità non potevano mancare sulle pagine dei giornali e sui social  scritti di personalità appartenenti anche al  mondo laico, che a vario modo mettono al centro dei loro interessi quella vexata quaestio,  tipica della tradizione cristiana e dentro la quale ha assunto durante i secoli una precisa fisionomia, della ‘fine dei tempi’ con toni chiaramente apocalittici per ‘il male che viene’  dentro il quale tutti ci stiamo avvinghiando.

Ma fortunatamente ci sono anche articoli e interviste, come quella fatta a Mauro Ceruti e apparsa su Il Manifesto del 31 marzo col titolo ‘Un destino comune dentro la fragilità’, che hanno lo scopo di partire sì da quella che viene chiamata la fragilità del presente, ma con lo scopo di diagnosticare da una parte le origini del ‘male’ e di quello che viene chiamato ‘il morbo della semplificazione’ e dall’altra di proporre contestualmente dei ‘rimedi razionali’, per usare una espressione di una vittima dello sterminio nazista Hélène Metzger (1883-1944); tale figura femminile poco nota  si interrogò negli ultimi mesi di vita sulle cause socio-culturali di fondo di quel non meno drammatico evento storico sino a ritenere più che mai necessario impegnarsi, sino al sacrificio della propria vita, in una nuova forma di pensiero non più legato a schemi semplicistici ereditati dalla tradizione scientista o da quella che  Ceruti, quasi con le stesse parole in una sua opera del 2014, chiama ‘omniscienza’, a differenza di Theodor Adorno che riteneva che dopo Auschwitz non avesse più senso continuare a pensare.

Di fronte ad atteggiamenti che poi come al solito ormai trovano ampia risonanza sui social o per accettarli acriticamente o per attutire gli effetti dei bisogni reali di cui comunque sono espressione, può risultare oltremodo utile cogliere l’invito di Ceruti a capire, con tutti gli strumenti che si hanno a disposizione, ‘la soglia di una età nuova che sta emergendo’ insieme con la consapevolezza della complessità del presente, del resto esigenza in larga parte messa in pratica ed in maniera programmatica dalla comunità scientifica e che sia pure a fatica sta emergendo in diversi strati della società; ma per poter procedere verso la costituzione di un sapere pluriarticolato e più condiviso orientato a prendere atto di una ‘ecumene completamente umanizzata’ con la presa in carico di problemi di portata planetaria ed interdipendenti fra di loro, occorre lavare la mente, come diceva un mistico persiano del XII secolo forse letto da Francesco di Assisi e poi nel Novecento da Simone Weil, con ‘le acque dell’intelletto’; tale concetto è stato poi punto di forza della filosofia kantiana e della migliore tradizione illuministica nella sua versione più cosmopolita, come è stato ben messo in evidenza da Ceruti in un recente volume-intervista, Il tempo della complessità (Cortina Ed., Milano 2018). Tale volume dovrebbe essere letto da tutti coloro che continuano ad avere dei dubbi sulle strategie messe in atto da tale filone di pensiero filosofico-scientifico e che si affannano in vario modo a ridimensionarne la portata, anche perché  tra l’altro ha il pregio non secondario di illustrarne le diverse implicazioni da quelle più teoretiche a quelle etico-politiche.

Lo stesso Ceruti ci invita a lavare la nostra mente con le acque dell’odierna epistemologia della complessità o di quella che già un fine epistemologo del primo Novecento francese, Gaston Bachelard (1884-1962), chiamava quasi profeticamente nel 1934 ‘l’epistemologia non-cartesiana’,  per liberarla dal ‘morbo della semplificazione e della quantificazione’, che hanno invaso altri aspetti dell’umano, ereditati dalla tradizione cartesiana che aveva un adeguato senso epistemico all’inizio della modernità quando nacquero i vari percorsi scientifici col rivendicare giustamente  la propria autonomia da un sapere dogmatico e falsamente unitario. Ma questo approccio è basato sull’idea che il reale di per sé rugoso possa essere spiegato con leggi semplici e unilineari col trovare soluzioni univoche ed elementari a problemi di qualsiasi natura; ma oggi non è più in grado di reggere una Weltanschauung  che ha fatto, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento con l’irruzione della variabile ‘tempo’ nelle varie discipline dalla biologia alla fisica con Darwin da una parte e Ludwig Boltzmann dall’altra, della complessità del reale in ogni sua singola articolazione un perno centrale ed un punto di non ritorno. Del resto, questo che sulla scia di Alain Badiou si può considerare un vero e proprio ‘evento di verità’ è penetrato  nelle  molteplici espressioni artistiche dell’intero Novecento  e nelle stesse discipline umanistiche, dove è stato declinato chiaramente con diverse modalità come una specie di lievito nascosto che però ne ha permesso lo sviluppo e l’apertura verso orizzonti pluriarticolati e non più codificabili in quadri concettuali fissi e normativi.

Per usare un’altra significativa espressione di Hélène Metzger, essa complessità è diventata un vero e proprio ‘a priori dello spirito’, come altri storicamente presenti nelle diverse epoche,  che guida la mente dei ricercatori e se per un certo periodo di tempo ha operato in maniera più nascosta nelle pieghe del pensiero, oggi più che mai dispiega le sue strategie in forme più evidenti, che solo menti dalla vista corta non riescono e anzi non vogliono tenere presente; e  con Mauro Ceruti si può dire che, oltre ad essere  un ‘a priori dello spirito’ del pensiero in generale ed una condizione sine qua non di ogni ambito, deve diventare  una guida anche nelle concrete azioni e situazioni umane dove essa si dispiega euristicamente nel non permettere più di ‘separare’,  ‘frazionare’, ‘quantificare’ i fatti, ma di tenerli insieme con tutte le ‘fragilità’ che derivano da una visione globale che per sua natura introduce delle ‘incertezze’ là dove invece essi sembravano avere a portata di mano una soluzione semplice e priva di contraddizioni.

Ma dove l’invito e la prospettiva di Ceruti appaiono oltremodo stringenti e cruciali è sul piano antropologico ed etico-politico dove si ritiene sempre più impellente contrastare con tutte le forze disponibili il ‘morbo della semplificazione e della quantificazione’ che hanno caratterizzato in particolar modo i nazionalismi e i totalitarismi; nello stesso tempo poi hanno portato, come dice Edgar Morin ma idea già delineata con parole diverse da Hélène Metzger, l’homo sapiens a tramutarsi spesso in homo demens ed oggi le sue scelte per la prima volta nella storia stanno mettendo ‘il destino comune’ della vita e del mondo a rischio con conseguenze imprevedibili ed irreversibili che  un’attitudine come quella basata sul pensiero complesso è più in grado di valutarne la portata e nello stesso tempo di fornirci dei ‘rimedi razionali’ senza dare alito a facili illusioni.

Le scelte di vita sociali ed economiche  imperniate su di esso per Ceruti hanno il ruolo di mettere definitivamente da parte il mito del progresso lineare contrassegnato invece da alti e bassi in quanto ci fanno prendere coscienza sulla nostra stessa pelle che siamo ‘esseri incompiuti, in divenire, in condizione di fragilità’; ma nello stesso tempo ci rende ‘consapevoli di un destino comune’ frutto di tale fragilità che può portare quasi come contrappeso ad ‘un’etica della solidarietà e della fraternità planetaria’, una volta però gettate insieme le basi di una ‘nuova alleanza’, a dirla con Ilya Prigogine, tra uomo e natura. E al di là dei catastrofismi e dei toni apocalittici presenti in vari settori e portatori di false epifanie paralizzanti, il pensiero complesso può essere una risorsa nell’aiutarci ad attutire un pò il gramsciano ‘pessimismo della ragione’,  comunque  sempre da coltivare, ma indirizzato a prendere atto, come dice Ceruti, che ‘dopo la libertà e l’uguaglianza dell’800 e del ‘900, la fraternità sarà la protagonista del XXI secolo’.

TRA LA RUGOSITÀ DEL REALE

LEGGI GLI ALTRI ARTICOLI


Articolo precedente“Ora basta, torna a nasconderti!”- Video messaggio di tre giovanissime al Covid- 19.
Articolo successivoLaurearsi ai tempi del Coronavirus. Intervista alla neo Dott.ssa Angelica Fucci
Mario Castellana
Mario Castellana, docente di Filosofia della scienza presso l’Università del Salento e di Introduzione generale alla filosofia presso la Facoltà Teologica Pugliese di Bari, è da anni impegnato nel valorizzare la dimensione culturale del pensiero scientifico attraverso l’analisi di alcune figure della filosofia della scienza francese ed italiana del ‘900. Oltre ad essere autore di diverse monografie e di diversi saggi su tali figure, ha allargato i suoi interessi ai rapporti fra scienza e fede, scienza ed etica, scienza e democrazia, al ruolo di alcune figure femminili nel pensiero contemporaneo come Simone Weil e Hélène Metzger. Collaboratore della storica rivista francese "Revue de synthèse", è attualmente direttore scientifico di "Idee", rivista di filosofia e scienze dell’uomo; come nello spirito di "Odysseo" è un umile navigatore nelle acque sempre più insicure della conoscenza.