«Quando si evita a ogni costo di ritrovarsi soli, si rinuncia allopportunità di provare la solitudine: quel sublime stato in cui è possibile raccogliere le proprie idee, meditare, riflettere, creare e, in ultima analisi, dare senso e sostanza alla comunicazione. (…) In questo mondo nuovo si chiede agli uomini di cercare soluzioni private a problemi di origine sociale, anziché soluzioni di origine sociale a problemi privati»

(Zygmunt Bauman)

Stamattina ero presa già da un paio d’ore dalle varie piattaforme che albergano sullo schermo del mio Mac, quando qualcuno ha aperto dall’interno la porta di casa e, casualmente, ha incrociato un essere vivente che scendeva in quel momento le scale.

Ciao!

Ho sentito il bollore salirmi dalle piante dei piedi fino al cervello in un istante, molto prima di aver codificato il suono di quelle corde vocali. Stava scendendo una persona a cui sapevo già di voler bene, ma forse non fino a quel punto.

Molto più di quaranta giorni senza vederla o sentirla, sono fuggita in corridoio, mantenute le distanze, da quella posizione solo braccia tese, silenzio lungo una vita e lacrime. Nessuno poteva saltare addosso a nessuno, ciascuno bloccato nel proprio metro ed arti non abbastanza lunghi da toccarsi. Questo è stato.

Ed è stato come quando ho preso il coraggio a due mani e sono scesa da casa, con la sensazione di essere la colf di me stessa, impossibilitata a portare avanti uno stesso pensiero per più di cinque minuti di fila, senza dover essere interrotta.

In giro ho contato forse due persone ogni tre chilometri, ciascuna distante dall’altra molto più di un metro e finanche all’interno dei negozi ci hanno fatti entrare uno per volta, con un tempo stabilito per poter restare dentro e no, nella medesima corsia non può esserci più di un cliente: il commesso resta alla punta, coperto con tutti i presidi del caso, a monitorare tempi e modalità. Già, le modalità: fra avventori si comunica con lo sguardo ed è così che ci si dà o ci si nega il permesso di avvicinarsi a quell’articolo o a quello scaffale per primi.

È chiaro che io viva in un posto che fa molto più fantasia Svizzera che realtà italiana, ma sono tricolore, lo giuro, dove gli sguardi sembrano essere diventati la cortese comunicazione sociale 2020. Paiono dirsi: aiutiamoci a non ammalarci. Vada lei, poi arriverò io, prego.

Tutto in un contesto dove ho l’impressione che non sia la paura del virus a farla da padrona, ma il terrore della contaminazione in tutti quei mondi possibili, che sappiamo bene essere infiniti, nei quali siamo nati, cresciuti e pasciuti prima di essere relegati nell’unico emisfero dato: quello casalingo, con tutte le nefaste previsioni di povertà e fallimento che si porta dietro.

Fondamentalmente, ho pensato, la definizione della nostra sanità mentale è legata solo ed esclusivamente all’adesione alle norme. Se cambiano quelle, mutano anche tutti i comportanti che prima sarebbero stati definiti quali devianti.

Non dev’essere, infatti, un caso se oggi l’antisociale è colui che prova a raggiungere il campo aperto a trecento metri da casa (che supera i duecento), per il piacere di ossigenare il cervello (anche in assoluta solitudine): a volte basta cambiare l’angolazione da cui si guardano i raggi del sole. Dalle mie finestre entrano sempre nello stesso modo, sul campo arrivano diversamente e questo basta a ricaricare energia nella mente di chi come me, ma come tutti noi, viene di fondo sottoposto ad un trattamento sanitario obbligatorio, quello generalmente destinato a chi è incapace di badare alla propria salute e necessita di una guida coercitiva, il che per certi versi è davvero necessario.

Cioè, non so bene se sia più corretto dire per certi versi o per la stragrande maggioranza di noi, ma il senso credo sia chiaro.

Ad oggi, intanto, il risultato è uno: il timore di una relazione, che poi ci manca come l’aria e lo vediamo solo se ci capita una voce sul pianerottolo. Sperando non sia ormai troppo tardi.

Orbene, se la salute per l’Organizzazione Mondiale della Sanità (non certo per me che sono nessuno) è lo stato di completo benessere fisico, psichico e sociale, temo che siamo abbastanza lontani o, peggio, che ci stiamo sempre più allontanando da essa: soli, svuotati dai ruoli sociali, ridotti alla vita domiciliare, costretti allo status di parenti (e non scrivo congiunti perché non voglio fare la fine di Giuseppe Conte, ormai incompreso per antonomasia), tutti potenziali e pericolosissimi asintomatici, se per caso non tossiamo. Sostanzialmente inariditi dalla necessità di salvaguardare quel poco di mondo che ci è rimasto, impossibilitati a trovare l’unico senso che storicamente ha dato ad ogni uomo la forza di affrontare in modo sano le difficoltà del presente: poter immaginare un futuro.

Esenti da relazioni, ogni giorno detrattori di una molecola ulteriore di ossigeno ai rapporti che nutrivamo, in una dimensione di dimenticanza rispetto al fatto che ognuno di noi è costituito da diversi ruoli i quali hanno bisogno di essere vissuti, per lasciarci un qualche equilibrio emotivo.

Ed ecco che siamo in guerra, non mettiamo il naso fuori di casa onde evitare il contagio e con lui la sofferenza della polmonite e della morte, scioriniamo e carichiamo continuamente nuovo materiale online, dalle piattaforme scolastiche alle pagine social più o meno professionali, rasentando spesso la banalità che contraddistingue tutto ciò che non si lascia desiderare: un flusso continuo di opinioni, santi in Paradiso, inventori scenici, improvvisazioni, cambi di forme  e separazione (no, strappo) dagli standard pre-quarantena (che, diciamocelo, funzionavano benissimo: altro che vetusti!).

L’abbandono della reale sfera intima ed emotiva, la peggiore concentrazione del tutto e subito che io abbia mai visto (e ne ho vista tanta, Bauman mi è testimone, posto che la mia generazione e la successiva le ha studiate bene), la corsa alla protezione della sacrosanta cura del corpo e l’improvvisazione, però, della cura della mente e dell’anima.

Questo esilio sembra avere davvero le fattezze della cifra di quando si resta improvvisamente interdetti. Una cifra netta, chiara, con cui non resta che andare a letto, probabilmente riponendola sotto il cuscino.

Del resto il fine di ogni partita è una vincita o una perdita? Allo scacco matto, sotto il piede del re sbalzato via dalla mano del vincitore, resta un quadrato nero o bianco. A forza di scorporare le sue conquiste per ridurle all’essenza, Kublai era arrivato all’operazione estrema: la conquista definitiva (…) si riduceva a un tassello di legno piallato: il nulla.

Erano le città invisibili di Italo Calvino, come le nostre: invisibili metropoli chiuse in piccole celle che non sono fatte certo da muri, ma da individualismo e, probabilmente, noncuranza.

Son d’accordo con Samuele Bersani io: “a volte ho più paura di voi che della solitudine”, che sia solitude o loneliness.

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FontePhotocredits: designed by Eich
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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.