Una lettura odierna del racconto evangelico della tempesta sedata

Sono ormai mesi che un invisibile virus sta devastando il mondo mettendolo in ginocchio. C’è una tempesta in corso, ora come allora. Sì, le tempeste hanno sempre costellato la storia biblica e la storia attuale, ma la cosa che fa più paura è che l’uomo, così grande ed intelligente, si trova a combattere con un nemico che non è visibile e né tantomeno toccabile.

Un piccolo virus ha sconvolto i piani, ha rovesciato i progetti, ha abolito la quotidianità tanto odiata e oggi quanto mai cercata.

Proprio come il passo biblico, è “venuta la sera”: è scesa la notte sulle nostre vite, sul lavoro di tanti, sulla scuola dei piccoli e dei giovani. Ma tale notte sembra ancora lunga per i tanti medici e infermieri, il cui lavoro non ha più un orario né per la famiglia né per il riposo personale.

Lo presero con sé, così com’era”: tanta è la gente che prega quel Dio in cui continua a credere, anche nel mare in tempesta e nel vento contrario. Come i discepoli di allora, anche quelli del mondo presente non lasciano Cristo sulla spiaggia pianeggiante e immobile delle sicurezze, ma lo portano con sé nel viaggio della vita, pur consapevoli che quel Dio va accentato nel misterioso disegno della sua volontà, “così com’è”.

Karl Barth scriverebbe: «Dio non è il “tappabuchi” dei nostri bisogni, non è colui che possiamo utilizzare per colmare le nostre insufficienze. Ė proprio di una religiosità primitiva e infantile voler piegare Dio alle necessità del momento».

Ecco che quel Cristo che ha parlato alle folle rimane “nella barca” … della Chiesa per camminare e condividere con l’uomo dei nostri giorni nel grande mare, quel mare che per il contesto biblico è simbolo per eccellenza del male. Si naviga di notte e a largo, ma non si è soli, perché “c’erano anche altre barche con lui”. È l’ecumenismo delle Chiese sorelle nel mare delle stesse vicissitudini del mondo attuale. L’uomo contemporaneo oggi sa che non naviga da solo; ha le Chiese accanto. Anzi ci sono anche le Chiese “dentro”. Ed è così che si avverano le parole del Concilio Vaticano II: “La Chiesa (è) nel mondo contemporaneo” e non di fronte per giudicare quel mondo che per anni non ha capito e molte volte anche compatito. Oggi si trova anch’Essa nella tempesta e nel dramma di un virus invisibile, eppure potente.

Mentre le barche navigavano ancor di più a largo, “ci fu una grande tempesta di vento”: le cose sembrano sfuggire di mano, le braccia non tengono più i remi, le barche stesse barcollano e “le onde si riversavano nella barca”. Anche la Chiesa è bagnata dall’acqua del male del coronavirus, tanto che “ormai era piena”.

Mentre crescono i contagi, finiscono i tamponi e i medici e infermieri, discepoli di oggi, fanno di tutto per salvare le vite dalle acque burrascose di un mare che sembra travolgerli, “Egli (Cristo) dormiva a poppa”: nel punto più basso e posteriore della barca. Egli non sta vivendo, però, il sonno del riposo ristoratore, bensì il sonno della sofferenza imminente e della morte contagiosa. Quel Cristo è a poppa sulla croce, espressione della sofferenza e della morte più crudele. Colui che sembra dormire e non curarsi degli uomini, sta già vivendo la stessa situazione “su un cuscino” che punge, che non gli dà pace, perforandogli il capo.

La Chiesa allora muove lo sguardo verso il Cristo dormiente e grida: “Maestro, non t’importa che siamo perduti?”. Sì, Maestro, sono notti che non dormiamo, siamo imprigionati da tute e mascherine 24 ore su 24 e la stanchezza del corpo e dell’anima ci avvolge e travolge. Non ti importa più di noi? “Solo tu sei forestiero a un male così grande?”. “Speravamo che fossi tu a liberarci”. E invece dormi. E mentre il lamento e il grido di tante madri e di tanti figli arriva fino a poppa, Egli “si destò, minacciò il vento, dicendogli: Taci, calmati!”.

Al grido impaurito dalla pochezza di fede di noi uomini, ecco ergersi il grande grido di un Dio che sa dire basta al male, perché – avendolo vissuto in prima persona – li capisce e sa quanto fa male. Quel grido continua a dire alla storia e alla sua Chiesa che Dio non è nella tempesta; è sempre oltre. È sempre al di là del male.

Solo allora “il vento cessò e ci fu grande bonaccia”: non può piovere per sempre. Dopo ogni tempesta tornerà l’arcobaleno e dopo ogni notte l’alba si farà vedere.

Quel Cristo, però, che ha gridato al vento e al mare, ancora prende la parola e si rivolge agli uomini delle barche, dicendoli: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?”. Sì, abbiamo paura, la nostra fede è così esile che proprio quando sembra portarci tra le nubi pare di cadere rumorosamente stesi a terra. Abbiamo paura dell’ignoto. Prezioso al riguardo risulta il suggerimento di S. Agostino: «Non è quando dimentichi la tua fede che Cristo dorme nel tuo cuore? La fede di Cristo nel tuo cuore è come Cristo nella barca. Ascolti, insulti, ti affatichi, sei sconvolto: Cristo dorme. Risveglia Cristo in te, scuoti la tua fede… e si farà grande bonaccia nel tuo cuore». Ci chiediamo ancora oggi gli uni gli altri “Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?”. Egli è veramente colui che ci salva dal pericolo?

Ma la speranza degli italiani non si spegne e, nelle mani di chi ancora lotta a pugni contro il Nemico invisibile – seppur affaticati dalla stanchezza – si odono già i versi del poeta Giacomo Leopardi:

“Passata è la tempesta:

Odo augelli far festa, e la gallina,

Tornata in su la via,

Che ripete il suo verso. Ecco il sereno

Rompe là da ponente, alla montagna;

Sgombrasi la campagna,

E chiaro nella valle il fiume appare.

Ogni cor si rallegra, in ogni lato

Risorge il romorio

Torna il lavoro usato.

[…]Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride

Per li poggi e le ville. Apre i balconi,

Apre terrazzi e logge la famiglia:

E, dalla via corrente, odi lontano

Tintinnio di sonagli; il carro stride

Del passegger che il suo cammin ripiglia.

Si rallegra ogni core”.

(La quieta dopo la tempesta)

Brano evangelico di riferimento (Mc 4, 35-41).