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La maggior parte delle cose di una vita adulta sono pensate, progettate e volute, sudate fino allo stremo delle forze.

L’uomo è un architetto: se non progetta, muore; il segno più evidente di una depressione è di certo l’incapacità di progettare qualcosa di nuovo, magari anche solo di pensarla. Dunque di sperare. Dunque di vivere. Ma il segno di un disagio altrettanto importante è l’incapacità di accogliere l’inatteso, di integrare l’inaspettato entro progetti e previsioni, le rotture entro la tanto agognata linearità.

Non è semplice, né scontato: ogni evento dischiude una potenza difficile da gestire e controllare. E forse il punto è proprio questo: finché si resta nel bisogno di calcolare e regimentare, si perde. Quando, invece, si impara a fare i conti con l’inatteso, si è un pochino più preparati a fronteggiare quello che capita. Non perché diventa immediatamente semplice, ma perché, rinunciando a quel senso di onnipotenza che sussurra all’ego «questo non ti accadrà mai», si passa all’umiltà di considerarsi parte di un’esistenza molto, molto comune, sottoposta a molti, moltissimi contrattempi e contrappunti.

Non parlo solo di eventi negativi, è ovvio. Parlo anche di gioie molto più inaspettate e profonde, che si presentano alla porta del cuore vestite di stracci e bisognose di accoglienza, di assistenza, di abiti sontuosi nei quali brillare definitivamente. Gioie alle quali, magari, non si è preparati, perché ci si è convinti di dover e poter solo soffrire, fino a volerlo. Ha ragione Anne, la protagonista di Persuasione di Jane Austen: «devo imparare a sopportare una felicità maggiore di quella che merito».

Come quando, dopo una giornata particolarmente faticosa, si va a fare una passeggiata all’aria aperta, magari in campagna, alla ricerca di rigenerazione, di un luogo altro in cui sfogare tensione e pensieri. E mentre si passeggia, non si può fare a meno di notare che, accanto agli ordinatissimi campi arati, ai vigneti attentamente monitorati, alle balle di fieno poste ad una precisa e misurata distanza, ai giardini ben organizzati, cresce una fetta di vita disordinata e disomogenea. Arbusti di fiori selvatici di ogni tipo dicono che qualcosa sfugge, deve sfuggire, affinché l’armonia sia completa della propria naturale disarmonia, affinché un progetto non sia puro raziocinio.

Questa natura spontanea dice l’incerto, il non voluto, il non previsto dall’agricoltura ufficiale; è la caparra dello stupore, che salva intere giornate tutte uguali; è la luce che si insinua nelle fessure dei nostri rispettabili e pur dovuti planning quotidiani, così come papaveri, margherite, campanule, camomilla, finocchietto e malga fanno con i muretti e l’asfalto consumato delle strade di campagna. Selvatico, del resto, deriva da sual-, con l’idea di splendere, rilucere e ardere. E gli strabilianti colori di questa vegetazione dicono esattamente questo.

In realtà anche la parola campo, con la sua etimologia variegata e incerta, contiene discontinuità. Qualcuno lo riconduce al latino “capere”, ossia “contenere”; qualcun altro al greco “kampto”, piegare, da cui “kampe”, curvatura. Dunque un campo, qualsiasi campo, anche quello che appare progettato alla perfezione, non è solo un contenitore di idee ben definite, di linee dritte, di forme quadrate entro cui costringere tutto; è opportunità, dislivello, curva che interrompe e mette in crisi, che costringe a nuovi assetti e nuovi equilibri, che ammorbidisce gli spigoli e dice: «perché no?».

Si dovrebbe vivere così, con un mazzolino di fiori selvatici colti a fine giornata dai campi che ci circondano, come la donzelletta di Leopardi. Magari non per adornarsi “al dì di festa il petto e il crine” (forse); ma semplicemente per fare spazio a quel “di più” assolutamente necessario; a quell’inedito che ci mantiene aperti e ci rende dispensatori di vita e di speranza, anche quando qualcosa sfugge e non va secondo i piani; a quell’in-utile che spiazza e, paradossalmente, ci chiede di rivalutare la stigmatizzazione dell’utile, dell’uso e del consumo, del “tutto e subito” perché “me lo merito: ho faticato tanto”. Per tornare a godere. Per provare a donare. Per, semplicemente, stare.


FontePhotocredits: Michela Conte
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Michela Conte
“Ecco la grande attrattiva del nostro tempo: penetrare nella più alta contemplazione, e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo” (Chiara Lubic): sono una studentessa specializzanda in antropologia teologica presso la Facoltà Teologica Pugliese, con una grande passione per la vita e per le persone! Sono fermamente convinta, infatti, che i limiti di questa esistenza irripetibile rechino in sé una bellezza straordinaria e una reale possibilità di compimento. Per questo, da anni, scrivo: per cercare di dare voce a tale bellezza …e contemporaneamente per rendermi conto che non tutto può essere adeguatamente espresso, che a un certo punto è necessario fermarsi di fronte a questo mare sconfinato e misterioso che è la persona, un mare in cui, nonostante tutto, “è dolce il naufragar”. Per Dio. Per l'uomo stesso. Per me.

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