«Dicono che si muoia due volte. Una volta quando si smette di respirare e una seconda volta, un popiù tardi, quando qualcuno dice il tuo nome per lultima volta»

(Banksy)

Confesso: ho appena terminato di scrivere un articolo sui riti di passaggio che esistono sin dai tempi o nei contesti delle società tribali, per arrivare con lo stesso stato di necessità agli assetti societari iper organizzati.

Non mi dispiace quanto ho scritto, è come sempre un flusso di coscienza, esattamente come quei flussi di quel tale Arjun Appadurai con i suoi neologismi dal suffisso in “orama” che fui costretta a studiare in sette giorni come parte speciale, in appendice a un intero programma.

Ora che ci penso, in realtà, senza parte speciale l’esame veniva considerato nullo e saperlo sette giorni prima fu un trauma. Peggio aprire quelle pagine che tutt’ora per me portano solo un titolo: incomprensibilità.

Incomprensibilità del concetto, della lingua italiana, del fine, del risultato: 30 e lode preso certamente per un tiro ben più ampio, ma suggellato dalla chiosa. Alla domanda finale che verteva su Appadurai, non feci che mettere fuori il testo e dire ciò che pensavo: “Questo il testo. L’ho letto tutto, le parti evidenziate le uniche che penso di aver lontanamente colto. Non sono stata all’altezza di studiarlo, ma ho fatto quello che potevo. Io penso che per un testo così serva un corso ed una guida: in autonomia è un suicidio. Detto ciò, proverò a rispondere, ma dovessi dire fandonie, queste le ragioni”.

“Io direi che ce l’abbiamo fatta abbondantemente”, fu la risposta che ricevetti alla fine; “Lei non ha solo una parlantina, una preparazione sbalorditiva ed una rapidità impressionante. Per questo il trenta. Lei possiede l’onestà degli umili e dei coraggiosi. In più non dubita delle sue capacità e del suo essere, ma riconosce i suoi limiti. Per questo la lode”.

Cosa diavolo gli avevo detto, non lo so. Mi ricordo solo di aver ripreso l’esempio di un palo su cui era attaccato un annuncio pubblicitario: punto.

Ed ecco che, di nuovo, come nell’articolo che avevo appena scritto e messo a dormire, sto tergiversando. O meglio, quello era un modo invisibile di tergiversare; scrivevo altro e scrivevo bene. Lode? No. Infamia? Assolutamente no.

Ora mi sono persa, invece, in un ricordo che era affiorato per giustificare una frase e non aveva lo scopo di essere descritto.

Solo che è successo e, due su due, non posso ignorare: prendo atto che qualsiasi cosa volesse venire fuori, trova escamotage per svignarsela e mi fa sorridere. I flussi di coscienza autogestiti: decidono loro cosa deve essere di loro stessi.

E posso dargli torto? Chiunque dovrebbe poter decidere in autonomia cosa fare di sé, nessuno merita il supplizio di soccombere a nulla che tenti di piegare la sua volontà, qualsiasi essa sia. La vita non dovrebbe mai essere resa galera. Di alcun genere.

E dunque smetto: non sarò io la carceriera dei miei informi moti sommersi. Smetto e prego. E pregando così taglio: che la memoria ricordi e che il ricordo non dimentichi.


FonteIn copertina: pixabay.com
Articolo precedentePalinsesto
Articolo successivoIl cuore poetico e fragile della piccola Martina
Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.

LASCIA UNA RISPOSTA

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.