Cari miei,

qui al fronte la situazione procede bene direi. Ho appena saputo che il triangolo economico italiano è in fiamme, dopo il lancio dei missili balistici di ieri. Purtroppo la kantiana Kaliningrad ha tradito la pace perpetua che tutti speravamo, ubriacati da quelle parole della difesa della democrazia. Ma cos’è questa democrazia? Dimmelo, dimmelo. Perché se una democrazia è quella che ha risposto alla forza con la forza, non del dialogo ma dei missili, vorrei vedere uno ad uno gli elettori. Sì, la democrazia è un dèmone, a volte travestito di buoni propositi che manda i propri elettori camuffati come tartarughe, con buffi copricapi in testa, maschere per non respirare aria velenosa per il tuo dna, a sparare a uomini che nemmeno conosci. Eppure quel 24 febbraio maledetto non lo avevamo per nulla capito. A noi, uomini indaffarati, la notizia di bombardamenti a Kiev ci aveva stupito fino a un certo punto. Fra i ragazzi che facevano parte delle mie amicizie Kiev ricordava solo una squadra di calcio che aveva giocato con l’Inter e che spesso vedevi nelle schede di scommessa. Ora, invece, Kiev è lontana, e noi a vedere violenza, sangue dappertutto. E tu, privo di ogni umanità divieni bestia pari ai leoni. Sì, ho anche ucciso, per difendermi da qualcuno che non sapevo nemmeno esistesse. Il tesserino ce l’ho ora io e al prossimo scambio di prigionieri lo passo a un nemico perché lo dia alla famiglia di origine. L’umanità non va mica persa, no?

Sembrava tutto normale quel febbraio dicevo, eppure nessuno si accorse della follia che girava per il mondo. Tutti preoccupati ma nessuno che parlava. I pochi coraggiosi che dicevano che sì, insomma, si era sull’orlo dell’abisso e bastava tuffarsi per essere ingoiati erano visti come senza coscienza, senza pietà verso bambini, uomini e donne che venivano massacrati. Ora quel missile è caduto sopra noi, ieri, dopo tempo. Pensavamo di esserne immuni. Le forze politiche sembravano pronte a parlare di pace ma quel maledetto camion ad agosto arrivò in una sconosciuta località polacca e quell’altrettanto maledetto aereo lo fece saltare in aria. E capimmo tutti che quel dialogo in realtà dialogo non era. Non lo si era mai cercato. L’andare avanti e indietro di ministri era solo una copertura perché si era deciso: serviva un nuovo ordine nel Mondo, sulla nostra Terra.

I primi a colpire fummo noi, con la scusa umanitaria, dopo la situazione del grano che non arrivava in Africa. Sì, si fermavano sempre le navi e non partivano. Notizie allarmanti dalla Libia parlavano di 300mila profughi pronti a partire per Italia e Spagna. E questo ci spaventò. Lo rammenti? E chissà che paura avete avuto voi. Io ero già partito per chiamata d’emergenza della Nato. E ora sono in questa terra che conoscevo solo per le squadre di calcio, con quei nomi strani come Spartak, Dinamo, Lokomotiv, Cska.

Qui ancora nessun allarme atomico, anche perché le basi sono state prese in maniera fulminea nella zona e siamo relativamente tranquilli. Da 10 giorni camminiamo continuamente, con mezzi di una guerra napoleonica, visto che gli automezzi sono senza benzina. Ieri abbiamo attaccato Rostov, poco oltre il confine ucraino, con un missile atomico tattico. Io ero a vedere la scena a distanza. Il comandante ci aveva voluto offrire una bella grappa delle sue, delle sue Dolomiti. E ci aveva detto che ogni cosa avrebbe avuto un senso con quel colore rosaceo tendente al rosso post missile tattico. E devo testimoniare che questo è avvenuto. Che bello vedere quelle scie rosse cadere fra quei carri armati e quei soldati che a frotte correvano verso noi. L’ho pensato per un attimo e me ne vergogno. A un certo punto il tramonto che era nascosto dalle nuvole ha visto un fuoco, un bagliore strano che giungeva da non so dove. Un fungo a distanza di 50 km circa ha avvolto il tramonto accendendolo, infiammandolo, tanto da lasciarci quasi accecati (meno male che avevamo occhiali protettivi). I soldati russi che correvano dalla vicina trincea verso noi hanno visto dietro di loro. Irreale situazione. Si sono inginocchiati alcuni, altri hanno continuato a correre verso noi, qualcuno ha alzato le mani al cielo, qualcuno si è suicidato, qualcuno è stato falciato dalle nostre forti mitragliatrici. Eppure, mamma mia, quando sono giunto qui ci avevano detto che eravamo in missione di sostegno a quella gente ucraina che veniva bombardata. Io, medico, portavo con me la sana incoscienza di chi credeva davvero che giungesse lì a salvare vite. E ho visto invece noi italiani bombardare. Noi capisci? Noi…

Lo so che da voi continuano a dire che tutto è normale, che stiamo lottando per la democrazia e la libertà. Ma quale libertà può esserci se io sgancio un missile e uccido? Dimmelo! Qui le campagne russe sono devastate, ho visto vecchie isbe in cenere con dentro corpi di bambini ammazzati da un aereo dei nostri, quelli che hanno le nostre belle bandiere attaccate verdi, rosse e bianche o a stelle e strisce. E penso ai nostri bambini. Fossero stati qui non avrebbero visto il proprio futuro, proprio ora che stanno andando a scuola. C’era un orsacchiotto che ancora cantava qualcosa e mi hanno detto che diceva ti voglio bene…Sono andato di nascosto a piangere dietro un carro armato distrutto. Ho pianto tanto e con me il mio commilitone che ogni volta che sente uno sparo è terrorizzato. Qui è la fine della nostra Costituzione, quella che lottava contro le ingiustizie. Ma di fronte a quanto visto comprendo la follia che spinge l’uomo a uccidere, ad ammantare di bene il male. Qui il comandante ogni giorno, all’alzabandiera, grida invasato che per un soldato esistono la Patria, l’onore e la divisa. Cioè, per me dovrebbe essere importante la Patria? Cosa significa Patria quando questo termine ha distrutto vite da quel maledetto febbraio? La mia patria è tutta la Terra. È mia Patria il mio mare Tirreno in cui mi vorrei tuffare, è mia Patria le cupole di San Pietroburgo che ho visitato anni fa, sono mia Patria queste strade e la mia cittadina natale. Qui ci avevano mandato per portare la pace. Quando la Russia iniziò questa guerra tutti pensavano che la strada giusta fosse annullare tutto ciò che era russo, quasi come se la vecchietta che ieri ci ha regalato patate e cipolle perché ci ha individuati come bravi uaglioni avesse una colpa delle idee folli, ma pur sempre razionali (perché la guerra è stupida razionalità) di un capo come il loro.

Io prego giunga la pace, anche per la mia coscienza, che ha ucciso. Sento quel dolore di quella moglie, di quel figlio, che non sa che fine abbia fatto il padre che non riescono a contattare. Non voglio morte. Amo troppo la vita…

C’è un allarme…Ti lascio… Salutami la mia terra. Ho un ferito qui che devo aiutare a mandare una lettera (i cellulari qui non funzionano. Siamo tornati ai piccioni viaggiatori).

Statemi bene.


FontePhoto by Luke Jernejcic on Unsplash
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Antonio Cecere (1980), docente di Filosofia e Storia presso il Liceo Tito Livio di Martina Franca. Laurea in Filosofia presso l’Università degli studi di Bari nel 2004, con relatore il prof. Francesco Fistetti e una tesi in Storia della filosofia contemporanea su Karol Wojtyla. Appassionato di Bioetica, ha conseguito il Master in Bioetica e Consulenza filosofica a Bari e il Master in Bioetica per le sperimentazioni cliniche e i Comitati etici presso il Politecnico delle Marche oltre a vari perfezionamenti di ambito pedagogico e didattico. Impegnato nella Cisl Scuola, è in Azione Cattolica per cui attualmente coordina il Mlac di Taranto come incaricato. Socio Uciim, insegna filosofia anche agli adulti presso l’Università popolare Agorà di Martina Franca. Fra le sue passioni lo studio della storia, il calcio e la musica rock. In passato, oltre che clown terapeuta presso l'asssociazione Mister Sorriso di Taranto, è stato anche conduttore di programmi radiofonici. Presso il Liceo Tito Livio, da qualche anno, coordina il Progetto Percorsi di Bioetica per avvicinare, attraverso modalità didattiche innovative e con la collaborazione di esperti esterni, gli allievi alla cittadinanza bioetica. Ideatore di vari caffè filosofici nella provincia di Taranto e in Valle d'Itria.

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